Quella notte di Natale del 1914

Un episodio molto commovente. È la notte di Natale del 1914. I soldati inglesi e tedeschi fanno una tregua, si incontrano e per una notte mandano a quel paese la guerra schifosa che vogliono i potenti, che tanto mica la fanno loro la guerra, la guerra la fanno i poveri cristi.

Mi piace postare il video di TV2000.it che tratta di quella notte di Natale. Poi stasera guarderò il film del 2005 “Joyeux Noel: Una Verità Dimenticata Dalla Storia” di Christian Carion.

Buon Natale

I fatti luttuosi di Ajello del 20 febbraio 1921

Il manoscritto di A. Civitelli sui fatti del 20 febbraio ’21

Ciò che successe quel 20 febbraio 1921 passò alla cronaca ed alla storia come i Fatti luttuosi di Ajello in Calabria, ed ebbero una rilevanza nazionale oltre che locale.

Sono circa le dieci del mattino, quando centinaia di contadini iscritti alla sezione della Lega del lavoro di Stragolera e Cannavali (due frazioni del comune, nda) si riversano in paese per protestare contro la tassa sul focatico. Una imposta diretta comunale di origine medioevale, poi abolita nel 1931, applicata solo alle famiglie benestanti, che l’Amministrazione di Aiello aveva deciso di estendere a tutti, senza distinzione di reddito. Una simile reazione delle classi più povere si era registrata già nel luglio 1919, ad Aiello come in altri centri calabresi, per il rincaro del costo della vita.

Il 20 febbraio 1921, però, la situazione precipita. «Due morti (Lepore Vincenzo di anni 50 e Guercio Vincenzo di anni 22) e cinque feriti si sono avuti in una dimostrazione compiuta da contadini contro il Municipio di Aiello Calabro, per protestare contro l’annuncio della tassa sul focatico. La folla inveendo contro i carabinieri aveva ferito il brigadiere e un milite: il carabiniere superstite per evitare di essere sopraffatto, fece fuoco ripetutamente e i dimostranti si diedero alla fuga lasciando al suolo due morti e tre feriti leggeri». Così fu riportata la notizia dal “Corriere della Sera” del 24 febbraio. In questi termini era stata riferita anche dal “Giornale di Calabria” il giorno successivo agli eventi.

Palazzo Cybo, all’epoca sede del Municipio e dei Real Carabinieri

Ma è controversa la dinamica di quanto avvenne. Il “Giornale di Calabria” (del 21.02.1921), nella ricostruzione dei fatti, riassumendo, parla di invasione da parte della folla del Municipio e della caserma dei Real Carabinieri (allocati nello stesso palazzo Cybo-Malaspina, nda); di aggressione ai militi, e di alcuni colpi di rivoltella, uno dei quali ferì un carabiniere in modo lieve. «I carabinieri allora – è scritto nell’articolo – vistisi ridotti a mal partito fecero uso delle armi furono esplosi cinque colpi che uccisero due dimostranti (…) e ne ferirono lievemente altri tre».

Per quei fatti furono arrestati 16 contadini ed emesso mandato di cattura per Adolfo Civitelli, insegnante “borghese” ed ex sindaco della cittadina sul finire del 1800, che fu ritenuto istigatore della rivolta. La “Sezione di Accusa” presso la Corte di Appello di Catanzaro, prosciolse i Reali Carabinieri “per legittima difesa” e rinviò a giudizio: Raffaele Bernardo Ciddio «per reato di lesione» in persona del carabiniere Barbuto e altre 13 persone (tre furono prosciolte), compreso Civitelli, «per oltraggio con violenza e resistenza, di violenza privata e di lesioni lievissime».

La terza Sezione del Tribunale, presieduta dal cav. Russo, nel marzo 1922, (collegio di difesa composto dagli avvocati: Caratelli, Virno, D’Andrea, De Chiara, Tocci, Gullo, e Corigliano) emetterà sentenza di condanna per Bernardo Raffaele (un anno, un mese e 8 giorni); e per gli altri a due mesi e 27 giorni di reclusione, «pena completamente condonata»; mentre assolverà, per insufficienza di prove, altri sette contadini.

A. Civitelli con familiari

«È evidente che la ricostruzione dei fatti fornita inizialmente dal “Giornale di Calabria” – scrive Rocco Civitelli, autore del liber amicorum “Cronaca e storia ad Aiello Calabro nel primo Novecento, Libreria Dante e Descartes – Napoli 2003”, dove sono contenuti gli appunti di Adolfo Civitelli che «inviò dalla latitanza alla famiglia per organizzare la difesa processuale» – non resse né all’istruttoria né al dibattimento. L’accusa di tentato omicidio non fu neppure portata in aula. Ma la sentenza – evidenzia l’autore, già docente ed ex militante nella Cgil Nazionale – appare comunque sproporzionata e non rispondente ai fatti».

Anche l’organo provinciale socialista cosentino nel numero 3 del 1° aprile 1922 – come riporta ancora l’autore da Misefari (1972) – bolla il pronunciamento della corte come una «incredibile e feroce sentenza di classe» e parla di «persecuzione giudiziaria contro l’insegnante Adolfo Civitelli, dipinto come istigatore, e 16 poveri contadini …».

In altre parole, per Civitelli i moti contadini del ’21 non furono strumentalizzati dalle ambizioni personali di un borghese “dissidente” dalla classe di appartenenza, né una manifestazione “spontanea”, ma furono solo legittime battaglie contro le forze conservatrici per una giustizia sociale.

* Riproponiamo in occasione dei 100 anni dei Fatti di Ajello, un vecchio articolo pubblicato sulla stampa e poi postato sul blog, diversi anni fa.

 

Sant'Antonio Abate, la chiesa parrocchiale di rione Valle

        #AielloCalabro disegni #Cybo 1600 presso #ArchiviodiStatoMassaCarrara

Il 17 gennaio, oltre alla ‪#‎giornatadeldialetto‬, è anche S. Antonio Abate. E ad ‪#‎AielloCalabro‬, secoli fa, quella di oggi, forse doveva essere una giornata di festa, poiché il santo è il protettore degli animali domestici, del bestiame e del lavoro dei campi, e il Rione Valle era abitato in prevalenza da contadini (per esempio, c’erano tanti Pino, come risulta dalle rivele del catasto onciario). Una giornata di festa perché a Valle o prabilmente nei pressi, anche fuori le mura, c’era una chiesa parrocchiale, esistita tra i secoli XVI e XVIII, intitolata appunto a S. Antonio Abate, di cui non è rimasta traccia nel tessuto urbano. Per fortuna però si conserva ancora (ne abbiamo copia anche nel nostro archivio, in attesa di deciderci a studiarla), la platea dei beni. 

Storia. Per i 70 anni della morte del Partigiano Giacomo Ulivi

Giacomo Ulivi (foto da Wikipedia)

No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere!

Da Lettera agli amici, di Giacomo Ulivi, partigiano, di cui ricorre oggi il settantesimo anniversario della morte avvenuta a Modena, in Piazza Grande, il 10 novembre 1944.
Il Quotidiano della Calabria 11 novembre 2014, pag. 40
70esimo anniversario della morte del giovanissimo partigiano Giacomo Ulivi
«No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere!». La frase è estrapolata da una lettera di Giacomo Ulivi, uno studente universitario, di soli 19 anni, assassinato dai fascisti proprio 70 anni fa. Era il 10 novembre del 1944, quando fu fucilato nella piazza Grande di Modena, insieme ad Alfonso Piazza ed Emilio Po. Ulivi era nato il 29 ottobre del 1925, in provincia di Parma, città molto attiva nella lotta di Liberazione, dove peraltro, in una targa ricordo, in via D’Azeglio, si commemora un nostro partigiano calabrese, Americo Bruni, di Aiello Calabro (Cs), anch’egli giovanissimo (del 1923) come Ulivi, morto a Mauthausen nel marzo del 1945.
Nella lettera agli amici che non venne mai spedita, scritta durante un periodo di esilio forzato a Modena, considerato suo testamento spirituale, ora conservata all’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia Ferruccio Parri di Milano, Ulivi esorta i giovani coetanei a fare un esame di coscienza. «Per abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo dei nostri mali». Come l’allontanamento «da ogni manifestazione politica».
«È il tremendo, il più terribile, credetemi, risultato di un’opera di diseducazione ventennale – scrive appunto nella missiva -, di diseducazione o di educazione negativa, che martellando per vent’anni da ogni lato è riuscita ad inchiodare in molti di noi dei pregiudizi. Fondamentale quello della “sporcizia” della politica […]. Tutti i giorni ci hanno detto che la politica è un lavoro di “specialisti”».
«Come mai, noi italiani, con tanti secoli di esperienza, usciti da un meraviglioso processo di liberazione – si chiede Ulivi -, in cui non altri che i nostri nonni dettero prova di qualità uniche in Europa, di un attaccamento alla cosa pubblica, il che vuol dire a sé stessi, senza esempio forse, abbiamo abdicato, lasciato ogni diritto, di fronte a qualche vacua, rimbombante parola? […] Ci siamo lasciati strappare di mano tutto, da una minoranza inadeguata, moralmente e intellettualmente. Questa ci ha depredato, buttato in un’avventura senza fine […]».
E continua ancora la lettera, molto attuale, che abborre il disimpegno: «Ricordate, siete uomini, avete il dovere se il vostro istinto non vi spinge ad esercitare il diritto, di badare ai vostri interessi, di badare a quelli dei vostri figli, dei vostri cari. Avete mai pensato che nei prossimi mesi si deciderà il destino del nostro Paese, di noi stessi: quale peso decisivo avrà la nostra volontà se sapremo farla valere; che nostra sarà la responsabilità, se andremo incontro ad un pericolo negativo?».
Studente di Legge, e convinto antifascista, dopo l’8 settembre ’43 Giacomo Ulivi entra nella Resistenza locale. Nel corso della sua attività per il Comitato di Liberazione Nazionale venne catturato dalle Brigate Nere. Venne prima torturato, e poi, per rappresaglia – a seguito dell’uccisione di quattro fascisti a Soliera (Mo), avvenuta sei giorni prima – venne condannato e fucilato.
Di questo giovane martire si parla nel volume appena edito per la collana “Vite ritrovate” a cura dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Parma, che porta come titolo “La giovinezza tenace. I luoghi e le parole di Giacomo Ulivi” (testi di Giuliano Albarani, Michela Cerocchi, Sonia Pellizzer e degli studenti del Liceo scientifico “G. Ulivi” che hanno partecipato al laboratorio storico-didattico “I luoghi e le parole di Giacomo Ulivi”), la cui presentazione sarà il prossimo venerdì 14 novembre all’Isrec di Parma in occasione del settentesimo dell’eccidio di Piazza Grande di Modena. Un libro che sarà interessante e doveroso leggere. Non solo per rendere onore al sacrificio compiuto dai Partigiani, ma soprattutto per apprezzarne il messaggio di impegno, di speranza, di resistenza, e il monito a non delegare la responsabilità del nostro futuro ad altri.
Bruno Pino