Ferdinando Aloisio, due scritti per ricordarne la nascita avvenuta il 28 aprile 1923

Seguono: L’impegno di Nando Aloisio a favore dei lavoratori italiani in Argentina, pubblicato su La Calabria dei Migranti (2014); e la voce Aloisio Ferdinando del Dizionario biografico della Calabria Contemporanea, entrambi editi dall’ICSAIC.

Rodolfo Walsh, il giornalista e scrittore che fu ucciso dalla dittatura argentina

Era il 25 marzo del 1977 quando Rodolfo Walsh, il giornalista che ha rovinato i piani della CIA con lo scoop che rivelò, nell’aprile del ’61, l’imminente attacco americano della Baia dei Porci a Cuba, fu ucciso dalla dittatura argentina.

Il giorno prima di cadere vittima di una imboscata di militari, un “grupo de tareas” dell’Esma (La Scuola di Meccanica della Marina militare di Buenos Aires), Walsh aveva firmato e spedito una durissima lettera di condanna del Regime alla stampa (che nessun giornale pubblicò) ed alla Giunta miliare di Videla e Massera, andata al potere proprio il 24 di marzo del ‘76, rovesciando il governo di Isabelita Peròn.

Quel giorno del marzo ’77, Rodolfo Walsh viene ferito mortalmente nel conflitto a fuoco con i militari ed il suo cadavere fu poi portato all’Esma. L’obiettivo, se non si fosse ribellato (con sé portava una pistola) e non avesse ferito uno degli assalitori, era quello di sequestrarlo e torturarlo. Ancora oggi il sequestrato n° 26.001 – per la cui morte furono arrestate 16 persone, tra le quali Alfredo Astiz e Jorge “Tigre” Acosta – risulta un desaparecido ed il suo corpo non è mai stato restituito ai familiari.

Walsh nella lettera (la Carta abierta de un escritor a la junta militar) accusa la dittatura di aver prodotto, in un solo anno di terrore e di violazioni dei diritti umani, 15 mila scomparsi, 10 mila detenuti, 4 mila morti e decine di migliaia di esiliati, di aver portato il Paese al disastro economico e di aver ridotto la popolazione alla fame.
«Queste sono le riflessioni – scriveva il giornalista argentino nella lettera – che nel primo anniversario del vostro infausto governo ho voluto far pervenire a voi, membri della giunta, senza la speranza di essere ascoltato e con la certezza di essere perseguitato, ma fedele all’impegno assunto tempo addietro di prestare testimonianza nei momenti difficili».

Rodolfo Walsh – ammirato da personaggi del calibro di Garcia Marquez e Cortàzar – era nato il 9 gennaio del 1927. Nel 1941 si trasferisce dalla provincia del Rio Negro a Buenos Aires. Nel 1944 comincia a lavorare come correttore di bozze e traduttore; mentre sette anni più tardi inizia la sua brillante carriera di giornalista. È tra i fondatori delle Prensa Latina a Cuba dove nel ’61 sventa, come già detto, l’attacco americano. Nel 1973, al rientro in Argentina, aderisce ai Montoneros, i guerriglieri della sinistra peronista. Durante il Golpe del ’76, dà vita all’Agencia de Noticias Clandestina. È famoso per il libro “Operación masacre” del 1957 (edito in Italia da Sellerio), considerato un manuale di giornalismo investigativo che anticipa di molti anni il libro “A sangue freddo” (1966) di Truman Capote. Nel volume si parla dell’Argentina del dopo Peròn, periodo in cui i militari al potere proibiscono addirittura di pronunciare il nome dell’ex presidente. La storia racconta un episodio accaduto il 9 giugno 1956 quando c’è un tentativo di restaurazione peronista che però fallisce. Quella notte l’esercito avrebbe fucilato senza motivo un gruppo di civili inermi nella periferia di Buenos Aires. Un episodio che Walsh viene a sapere da un superstite e che approfondirà con una inchiesta che farà aprire alcuni processi.

Il suo esempio di giornalista impegnato è stato raccolto da un gruppo di detective indipendenti (tra loro giornalisti, storici, professori, studenti), i quali hanno costituito una agenzia – la Rodolfo Walsh – «che si propone come missione l’investigazione e l’analisi di quei fatti, attuali e storici, che influiscono sulla realtà concreta e quotidiana del popolo e che sono occultati o tergiversati dalle grandi corporazioni di comunicazione».

Articolo de Il Quotidiano della Calabria del 26 marzo 2007, pag. 10

 

Il Golpe argentino del 24 marzo 1976

L’hanno chiamata la notte dell’Argentina. E tale è stata dal quel 24 marzo 1976 in cui avviene il Golpe che rovescia il governo di Isabel Martínez de Perón.

Da allora sono passati poco più di 6 lustri, l’Argentina è ritornata alla democrazia, ma ancora le ferite aperte sono tante e dolorose.

Oggi si parla di 30 mila desaparecidos (il 30% di origine italiana), 2.300 omicidi politici e oltre 10.000 arresti politici che la cosiddetta Guerra Sporca provocò. Ma anche tante – 250 secondo i dati del rapporto Nunca Mas stilato dalla commissione presieduta dallo scrittore Ernesto Sabato – furono le “vite rubate”, ossia tutti quei bambini che furono portati via ai genitori desaparecidos. O forse 500, come affermano le Abuelas de Plaza de Mayo. A tutt’oggi sono solo 72 los Hijos ritrovati. Ma le nonne di Plaza de Mayo, con la costituzione della Banca Nazionale Genetica, sperano di ritrovare anche gli altri.

La situazione argentina precedente al 1976 che aveva generato il Golpe era di forte crisi. Nell’ottobre 1973, Peròn era ritornato al potere dopo che nel ‘55 i militari avevano messo fine al suo governo dando vita ad una lunga dittatura militare, intervallata da governi costituzionali. Tuttavia, i molti conflitti tra le diverse fazioni sostenitrici di destra e di sinistra del regime peronista, e la successiva morte del presidente avvenuta il primo luglio 1974, oltre che la oramai drammatica situazione di un paese sull’orlo di un collasso economico e politico (si pensi per esempio all’inflazione aveva superato il 700% o al terrore della triplice A, l’Alleanza Anticomunista Argentina creata da Lòpez Rega), fanno precipitare il paese in una dittatura che durerà sino al 1983.

Per il generale dell’Esercito Videla e la sua Junta (l’ammiraglio Massera ed il brigadiere dell’Aviazione Agosti) – che deposero Isabelita, vedova di Juan Domingo – l’obiettivo da perseguire era chiaro: la riorganizzazione nazionale. Dovevano salvare l’Argentina da “sovversione e caos comunista”, secondo i principi della Dottrina di sicurezza nazionale “a cui le forze armate sudamericane si ispiravano in quegli anni di convulsioni e guerriglie filocastriste e filoguevariste”. Non sarà un colpo di stato palesemente violento come lo era stato nel ’73 quello in Cile di Pinochet; e nemmeno ebbe all’inizio molta attenzione sulla stampa internazionale ed italiana. La drammaticità del problema desaparecidos, in Italia, venne alla luce pienamente quando nel 1982 il Corriere delle Sera pubblica i nomi degli scomparsi. Così anche il governo italiano prende le distanze e si apre una fase in cui l’Italia apre un contenzioso sugli scomparsi di origine italiana.

Dunque, in Argentina, diversamente dal vicino Cile, si adottò una “strategia rivoluzionaria”. Non arresti di massa o fucilazioni, sebbene fosse subito proclamata la legge marziale, ma sequestri illegali, torture e infine l’eliminazione fisica.

Quando nel 1983 finisce l’incubo e viene eletto presidente Raúl Alfonsín, verrà aperta subito un’inchiesta sulle atrocità dei regimi militari. Purtroppo però, non ci furono le condizioni per andare sino in fondo e assicurare alla giustizia tutti i militari colpevoli di quel genocidio. Per la grave situazione economica del paese che minacciava sempre il ritorno dei militari, Alfonsìn fu costretto a cancellare le atrocità del passato con le leggi conosciute come “obediencia debida” e “punto final”, che – di fatto – scagionavano e amnistiavano i militari da ogni crimine commesso. In ogni modo, il Generale Videla fu processato e condannato all’ergastolo. Anche se nel 1990 il Presidente Carlos Menem, sempre su pressione degli apparati militari, gli concesse l’indulto insieme ad altri membri delle giunte militari. Attualmente il generale ottantenne è agli arresti domiciliari con l’accusa di aver sequestrato minori durante la Guerra sporca.

Tra i desaparecidos, come si è detto, c’erano tanti italiani. E tra questi, anche calabresi. Come Angela Aieta, Giovanni Pegoraro e sua figlia Susanna. Per difendere la memoria di questi innocenti, come si ricorderà, la Regione Calabria aveva deciso di costituirsi parte civile nel processo che si è celebrato a Roma e che ha visto sotto accusa alcuni militari argentini golpisti, responsabili della loro morte, poi condannati all’ergastolo.

Le iniziative
Per commemorare quella “notte argentina”, il governo di Buenos Aires ha istituito il 24 marzo come Giorno della Memoria (Día Nacional de la Memoria por la Verdad y la Justicia).
Centinaia sono pure i film, i libri, i dischi, gli spettacoli teatrali che hanno trattato il tema della desaparicion in Argentina. Tra le più recenti iniziative editoriali – nel mentre pure l’Unesco potrebbe dichiarare patrimonio dell’Umanità tutta la documentazione raccolta negli anni della dittatura – che ci sono utili a capire tutti i risvolti di quella tragedia umana e civile segnaliamo: il libro di Carla Tallone e Vera Vigevani Jarach “Il silenzio infranto. Il dramma dei desaparecidos italiani in Argentina” (Silvio Zamorani Editore, 2005); il volume “Trasfigurazione: storia di desaparecidos, accoglienza e solidarietà” di Valentina Cavalletti, che sarà consegnato al presidente del governo argentino Nestor Kirchner, per l’archivio della memoria. E ancora il libro di Italo Moretti “L’Argentina non vuole più piangere. Da Peron a Kirchner: gli anni della dittatura, la crisi economica, i segni del cambiamento di un paese inquieto” (Sperling & Kupfer Editore, 2006). Per i documentari, invece, un inedito di produzione italiana che tratta sul tipo di rapporti che ebbe l’Italia con il golpe militare in Argentina, in particolare le relazioni tra la P2 di Gelli e la Giunta ecc.

Articolo pubblicato su Il Quotidiano della Calabria del 24 marzo 2006

Nando Aloisio

Quando Nando Aloisio muore è il 12 novembre del 1975. «In Argentina – come ci racconta il figlio Alfredito, docente di psicologia all’Università di Barcellona in Spagna che alla morte del padre aveva 18 anni, militante nella Gioventù del Partito Comunista -, si stava imponendo l’idea, mediante l’azione dei mezzi di comunicazione di massa, che il caos si stava avvicinando, e che mancava una condotta patriottica per far ritornare il paese alla “civilizzazione”. Era questa – aggiunge – un’epoca molto movimentata. Da un lato, i militari che ancora non si erano decisi a prendere il governo (lo avrebbero fatto poi l’anno seguente), si dichiaravano, con l’appoggio del parlamento, in guerra contro i gruppi guerriglieri. Dall’altro, era cresciuta una parte fascista che si incaricava di minacciare e ammazzare persone vicine alla sinistra».

Fernando Aloisio, era emigrato in Sudamerica nel 1948. Era nato ad Aiello Calabro (Cs) il 28 aprile 1923. Diplomatosi come perito agrario, aveva ricoperto dal 1944 al 1946 la carica di presidente dell’Ucsea (ufficio comunale statistico economico dell’agricoltura). Aveva organizzato la Camera del Lavoro di Aiello e la sezione locale del Partito Comunista e partecipato attivamente nel 1946 alla campagna in favore della Repubblica per il Referendum che diede all’Italia le sue attuali Istituzioni democratiche; e nel 1947-48 alla lotta dei contadini della sua regione con l’occupazione delle terre.

Poi, chiuso per ordine governativo l’ufficio dell’Ucsea che non aveva più ragione di esistere, Nando si ritrovò senza lavoro e venne il momento di partire, come ci ricorda il poeta comunista Peppe Verduci nel suo libro di Memorie di Lotta. In Argentina, assume la direzione di una importante Impresa nella provincia del Rìo Negro e si sposa con una ragazza del suo paese a Buenos Aires il 21 settembre 1950.
Ritornerà in Italia nel 1953, dedicandosi nuovamente all’azione sindacale in favore dei contadini. Ma nel 1954, si trasferisce, questa volta definitivamente, a Buenos Aires prendendo parte attiva alla vita della collettività italiana, sempre con lo sguardo ai suoi ideali politici e sindacali. Partecipa alla costituzione dell’Associazione Calabrese unificando il “Corum Bonum” e il circolo Calabrese; è membro dell’esecutivo della Azione Italiana Garibaldi, associazione antifascista degli emigrati italiani. Fa parte della Commissione Direttiva dell’AIMI (Unione e Benevolenza) e di Feditalia (Federazione delle Società Italiane in Argentina), essendo anche membro attivo del Gruppo Permanente del Lavoro e del Comitato di Coordinamento delle attività assistenziali del Consolato Generale d’Italia. Diventa presidente della Commissione Nazionale del Patronato INCA-CGIL e fa parte come esperto del Comitato Consultivo degli Italiani all’Estero con sede a Roma. Lavora pure diversi anni come impiegato del Banco de Italia y Rio de la Plata.

La situazione in cui agisce Aloisio, com’è quella argentina, un paese in grave crisi economica e politica e di terrorismo, è fortemente pericolosa, specialmente per coloro i quali militavano a sinistra. «Ricordo ancora – riferisce Alfredito Aloisio – le tante volte che mio padre fu minacciato dalle bande fasciste. Entravano nell’ufficio di notte, rompevano tutto e lasciavano carte intimidatorie».

Nell’ultimo dei viaggi a Roma per i suoi impegni legati all’attività sindacale e politica, Nando Aloisio disse che al ritorno in Argentina avrebbe dovuto sottoporsi alla consueta operazione al cuore per la sostituzione della valvola mitralica. Non volle dare ascolto all’amico compagno di partito Giancarlo Pajetta che lo pregò di farsi operare in Italia.

Il Quotidiano della Calabria 1 aprile 2006

Vedasi nota biografica su Dizionario Biografico della Calabria Contemporanea dell’ICSAIC