Il pirata Lord Coraggio, secondo libro di Gisa Guidoccio. Un'avventura che vuole sensibilizzare al rispetto dell'ambiente e di Madre Natura

Da qualche giorno è in libreria la seconda fatica letteraria (dopo L’italiano dice, il dialetto spiega) dell’autrice aiellese Gisa Guidoccio. Congratulazioni da parte della redazione del blog!
Di seguito, la sintesi del racconto “Il pirata Lord Coraggio“, un’avventura, spiega Gisa, “che nasce dal cuore e vuole sensibilizzare al rispetto dell’ambiente e di Madre Natura”.
Dal sito dell’Editore Franco Mannarino
In un posto remoto dell’Oceano Atlantico, c’è ancora un’isoletta dalla spiaggia bianca e lucentissima, con una foresta incantata in cui vivono tanti folletti dalla pelle di colori diversi… è l’isola di Anuenue. Ogni elemento della natura viene esaltato nelle sue forme e nei colori, lo scenario surreale e fantastico suscita sentimenti di tranquillità e benessere. Un giorno che il mare è particolarmente in tempesta, una nave di pirati è spinta sull’isola, tutto cambia e per i folletti arrivano giorni di paura. Un grande incantesimo dei folletti e l’aiuto del pirata Lord Coraggio riportano l’isola di Anuenue alla sua funzione: ogni essere umano sulla Terra, pulito nel cuore e nello spirito, può andare in qualsiasi momento a visitarla.
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Il terribile sisma del 27 marzo 1638 che distrusse Aiello, nella poesia di Giuseppe Di Valle

“(…) Il 27 marzo del 1638, un terribile moto tellurico  – scrive Rocco Liberti in Storia dello Stato di Aiello in Calabria – aveva ridotto in macerie gran parte delle città calabre e aveva prostrato a tal punto la stessa Aiello, che da quell’epoca non riuscì più a risollevarsi completamente ed a ritornare agli antichi splendori. Ecco come il parroco del tempo descrisse il triste avvenimento sul registro dei morti: . (…) Aiello, che nell’occasione venne quasi distrutta, dovette lamentare la perdita di ben 239 vite umane e il crollo parziale del castello, con abbattimento delle mura e delle torri”.

Qui di seguito, riportiamo la poesia di Giuseppe Di Valle, tradotta dal latino dallo stesso Liberti.

Fermati
o viandante
non ti farò indugiare.
Ohimè ohimè, ora son irti
e
squarciati
ruderi
quei bastioni che
la Magna Grecia edificò
saldi contro il tempo
sicuri contro il nemico
lusingando
Flora, Pomona, e Cerere.
E si abbattè insospettato
il terremoto
nelle soavissime delizie.
Ohimè quanti morti
ohimè quanti morti
quanti dirupi ohimè
nonché vita fluente
in cruento e frettoloso sepolcro.
Va’ ora e impara la sorte della Terra
dal destino sfavorevole.
Impara la lealtà della Terra.

1638
Giuseppe di Valle
superstite inconsapevole
e piangente della distrutta Patria.

Le Tre Cime con AdM, Proloco di Grimaldi e Jamu a Caminare

Escursione ad anello su Monte Difesa, Monte Scudiero e Monte S. Lucerna 
Organizzazione: Amici della Montagna, Proloco di Grimaldi e Jamu a Caminare 
Domenica 24 marzo 2019

Se gli ingredienti sono una bella compagnia e un territorio da scoprire, suggestivo (eppure a volte maltrattato), il risultato non può che essere una splendida giornata. Grazie a tutti i presenti, agli organizzatori di AdM Calabria e della Pro Loco di Grimaldi. Grazie soprattutto a Agostino che col suo esempio di civiltà ha coinvolto il gruppo nella pulizia dei boschi dai quali siamo passati da plastiche e rifiuti di ogni genere. 
Buon cammino a tutti voi da Jamu a caminare

MAPPA PERCORSO
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CENNI STORICI SU SANTA LUCERNA 

Monte S. Lucerna, tra misteri e leggende
Domenicale de Il Quotidiano della Calabria 10 luglio 2011, pp. 18 e 19 
di Bruno Pino (Fonte Blog di Bruno Pino)


Le montagne calabresi nascondono ancora dei segreti? Certamente sì. Alcune, poi, sono state ispiratrici nel passato di leggende che ancora oggi vengono raccontate. È il caso, per esempio, di monte Santa Lucerna, in territorio di Grimaldi (Cs). Che, forse (gli addetti ai lavori però non si sbilanciano più di tanto), potrebbe, ed il condizionale è davvero d’obbligo, ospitare uno sconosciuto sito archeologico. Monte Santa Lucerna domina le vallate circostanti dai suoi 1.256 s.l.m in provincia di Cosenza, compreso nei territori dei comuni di Lago e Grimaldi. L’origine è ancora sconosciuta, e presenta una conformazione rocciosa complessa. Il clima è di tipo appenninico, quasi alpino. Così è descritto su Wikipedia. Intorno a questa montagna aleggiano pure vecchie storie. Sono delle leggende di origine longobarda che parlano – come ci informa il Prof. Antonio Guerriero su un numero di “Grimaldi 2000” che cita un precedente scritto di Luigi Silvagni in Cronaca di Calabria – di una chioccia con sette pulcini d’oro, immensi tesori nelle viscere di S. Lucerna lì depositati «da una regina, padrona e signora delle fu antichissime e doviziose città di Alba-Longa, di Tirirocca e Serralonga e, a guardia di essi, sta un enorme serpente dall’alito asfissiante con doppia filiera di acutissimi denti e dalla coda biforcuta e tagliente a mo’ di rasoio, raggomitolato tra le sue formidabili spire al di sopra dei grandi vassoi di argento che contengono oro e pietre preziose. Allo scoccar della mezzanotte dal principio d’ogni plenilunio, sul Pizzone, dalle profondità della montagna – racconta Guerriero -, balza un gallo dalle penne d’argento, dai piedi e dalla cresta d’oro, con gli occhi di grossi zaffiri, che canta tre volte e subito sparisce, per dar posto ad una chioccia con sette pulcini, tempestati tutti di oro e di brillanti che, per pochi minuti, razzolano ed indi spariscono anch’essi. Al fortunato che cattura il gallo, la chioccia ed i pulcini, si spalanca dinanzi ai piedi il nascondiglio degli ambiti tesori, e ne sarà assolutamente padrone, allorquando avrà sostenuto e vinto un impari lotta con il mostruoso serpente». Questo luogo misterioso, è stato meta di recente di un gruppo di appassionati, novelli Indiana Jones alla ricerca di novità. Al ritrovo, sul valico di Potame, di buon mattino, man mano giungono un po’ da tutta la Calabria. Una quarantina di amanti di trekking, natura, geologia, archeologia e storia. A capeggiare il drappello è il prof. Gioacchino Lena, presidente dell’Istituto per gli Studi Storici di Cosenza che ha organizzato la giornata assieme alla SIGEA (Società Italiana di Geologia Ambientale) sez. Calabria. Insieme a lui, a farci da guida, il geologo Gaetano Osso, e lo storico Sergio Chiatto che a margine dell’escursione ha poi tenuto una conversazione sugli aspetti storici del luogo (vedi box). Un caffè al bar Tre Monti, che non ha nulla a che fare col ministro, e via in direzione della montagna misteriosa. Un luogo importante, Santa Lucerna, che incute rispetto e interesse, non solo per l’aspetto geo-naturalistico, ma anche per quello storico-archeologico, sui quali Lena e Osso, con Amedeo Brusco e Nicola Paoli hanno condotto un preliminare studio, presentato nell’aprile dello scorso anno in occasione del Convegno Nazionale sul Patrimonio Geologico a Sasso di Castalda (PZ). Arriviamo sul posto con le auto, alcune si fermano prima per la strada accidentata. Quando ci ritroviamo tutti, inizia la piccola inerpicata. Tra di noi, c’è anche la dott.ssa Rossella Agostino, della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria che valuta con attenzione quanto le guide ci mostrano. In particolare Nino Osso illustra le caratteristiche morfologiche del sito, una finestra tettonica costituita da dolomie triassiche, con i versanti che si affacciano verso il mare ripidi e scoscesi, accidentati per la presenza di guglie, balze e dirupi dovuti ai fenomeni di erosione e dissoluzione dei costituenti carbonatici. L’interno è invece contraddistinto da numerose spianate sommitali e dalla presenza di doline, che nella porzione centrale deprimono l’acrocoro fino alla quota di 1213 m s.l.m.. Tutto il territorio di Potame costituisce ancora uno degli habitat naturali o naturalizzati ancora integro e di grande valenza naturalistica e paesaggistica.Sarà la parte archeologica a far discutere i presenti. Niente di certo, ma le ipotesi che sembrano contrastare, potrebbero invece essere entrambe plausibili. L’area è caratterizzata dalla presenza di numerosi filari in muratura costituiti da pietre con diverso orientamento, piccole strutture in elevato di varia misura con evidenti riutilizzi e formanti piccoli ambienti. L’area edificata si sviluppa in modo irregolare, seguendo la morfologia del sito, per una lunghezza di oltre 700 metri e una larghezza massima di circa 300. La tecnica costruttiva, irregolare e grossolana, non presenta alcun tipo di legante tra i componenti della tessitura. L’ipotesi – lo ripetiamo – sebbene sia solo tale e che andrà supportata da scavi e da studi approfonditi, è che i numerosi resti possano essere parte di un sito archeologico. Tuttavia, c’è chi, come Pino Filice di Grimaldi, è certo che tutta l’area, che nel recente passato è stata sfruttata con intensive coltivazioni agricole (patate, germano ecc.), ed i resti, altro non sono che opera di chi coltivava la zona (portando l’acqua dal vicino fiume Tenise con mezzi di fortuna), e dai pastori che la frequentavano. Non resta che aspettare scavi e studi degli esperti, se e quando ci saranno, per saperne di più. Quello che è certo, per il momento, è che il luogo merita di essere visitato. Unica raccomandazione, andateci attrezzati da trekking e con qualcuno del posto che vi faccia da guida. 

S. Lucerna, luogo di frontiera 
di Sergio Chiatto
Il 13 febbraio 1404, quale filiale della parrocchiale di Grimaldi, (intitolata a San Pietro, della quale v’è traccia almeno dal 1360) la chiesa, sine cura, di Santa Lucerna di Monte Santa Lucerna, ricadente nella diocesi di Cosenza, risultò officiata da Don Antonio de Flore del casale di Paterno, il quale contemporaneamente fu provvisto della terza porzione della chiesa parrocchiale di San Giovanni della stessa Paterno, solitamente retta da tre rettori. Qualche anno dopo, il 4 dicembre 1429, ne beneficerà, sebbene ad interim, tale Don Giacomo de Alessandro di Grimaldi), il quale nel contempo è il parroco (porzionario) della chiesa parrocchiale di San Pietro dello stesso luogo. Il de Alessandro subentrava al defunto Don Giovanni de Valle (originario anch’egli di Paterno). Appena quattro mesi dopo, esattamente il 29 aprile 1430, sarà Don Tommaso de Marsico ad acquisirne la prebenda, la cui prevedibile modestia, essendo la “nostra”, lo ripeto, chiesa “sine cura” (senza cura d’anime, ovvero chiesa – o cappella – solo filiale), era compensata dagli altri incarichi ricoperti dallo stesso de Marsico, il quale, appunto, era altresì titolare di una delle porzioni della chiesa parrocchiale di San Pietro, nonché di altre chiese (o cappelle) tutte di Grimaldi. L’ultima notizia (tratta, come le precedenti, dal Regesto Vaticano per la Calabria del compianto P. Francesco Russo) sulla chiesa di Santa Lucerna di Monte Santa Lucerna, data 24 maggio 1442, allorquando la stessa veniva provvista a tale Don Angelo de Augustino di Motta Santa Lucia, parroco anch’egli di una delle porzioni della più volte nominata chiesa parrocchiale di San Pietro di Grimaldi, il quale subentrava al precedente beneficiato, Don Tommaso de Marsico, defunto. Era forse ormai venuta meno la funzione assunta dalla chiesetta all’atto della sua edificazione, la quale, nelle intenzioni dei suoi fondatori, doveva render sacro e quindi inviolabile il sito e fungere così da deterrente nei confronti di coloro i quali avessero avuto di mira la violenta acquisizione di quel territorio, che i grimaldesi, giova rammentarlo, avevano strenuamente e vittoriosamente conteso ai vicini in occasione di uno dei soliti riordini territoriali, uno dei quali avvenne proprio in ambiti quattrocenteschi. Perché Santa Lucerna, per la sua eminente posizione, fu chiaramente un luogo d’avvistamento, oltre che un confine, o un “limite” (forse in più occasioni ed in tempi anche remoti); e tale è ancora, delimitando attualmente i territori di Grimaldi, Lago e Domanico. Una “frontiera”, talora, da difendere con ogni mezzo, brandendo se del caso pure simboli religiosi e perfino magici, come mostruosi serpenti posti a guardia di improbabili tesori. Nei secoli successivi, XVI e XVII sicuramente, stando agli utili studi di Don Franco Vercillo, il luogo (Santa Lucerna) risultava destinato a “difesa”. Ricordo che nel suo ambito, con alcune limitazioni naturalmente, vi si poteva legnare, far pascolare il bestiame e praticare l’agricoltura e “l’industria” casearia. I fondi interessati, cosiddetti “chiusi”, erano inibiti agli estranei; al contrario di quelli “aperti” dai quali l’università (l’odierno comune) traeva delle entrate che sovente servivano ad alleviare la fiscalità posta a carico dei cittadini. 

SANTA LUCERNA… RUOTE, ETIMI, STORIA 
di Pierluigi Pedretti 
Sono fermo quassù con la mia bici da montagna. Da queste altezze guardando verso sud, oltre la profonda valle del fiume Savuto, che divide la Catena Costiera dalla Sila, si può intravedere la piana di Lamezia Terme e, più in lontananza, perfino l’Aspromonte. Ansimo ancora per la lunga salita che mi ha portato dai 650 metri di Grimaldi ai 1100 del monte Faeto. La mia meta è il Romitorio. Pedalo lungo il crinale e dopo qualche chilometro di saliscendi arrivo nel luogo abitato una volta dagli eremiti. Oggi appare un luogo sconvolto dalla modernità, perché situato al margine del gasdotto italo-algerino che attraversa la Penisola per renderla più ricca. Intanto, per chi ama la natura, è come ricevere un pugno nell’occhio, è un solco purulento nel cuore della foresta. Rifletto su come doveva apparire la montagna calabrese secoli fa, quassù, sulle appendici meridionali di questa catena tirrenica, quando era percorsa solo da mercanti, contadini, pastori e religiosi, e non da quad, motocross e mezzi meccanici di ogni genere. 
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I Due Castelli di Cleto e Aiello Calabro: Anello Bocca Ceraso – Cleto – Bocca Ceraso con gli Amici della Montagna e Jamu a Caminare

L’escursione di domenica 17 marzo, giornata limpida, solare e calda è stata una festa per gli escursionisti (in totale 35) dell’Associazione Amici della Montagna e per noi di Jamu a Caminare. Il percorso che in diversi sopralluoghi abbiamo disegnato, per coniugare Natura e Storia del territorio, ha avuto come punto di partenza la frazione aiellese di Bocca Ceraso. Da lì, a piedi siamo scesi da località Rucavo (tra Caritiellu e Monte S. Angelo), lungo il torrente San Giovanni, e poi siamo risaliti per un impegnativo sentiero a mezza costa del Caritiellu, verso il castello di Cleto dove ci attendeva una rappresentanza della Amministrazione comunale che ringraziamo per l’accoglienza. A farci da cicerone tra bastioni, silos, torri e mura del maniero, è stato il bravo e preparato Ivan Arella dell’Associazione la Piazza che ogni anno in agosto organizza il CletoFestival.
Fatta la prima tappa al castello di Cleto, la camminata è ripresa per tornare e chiudere l’anello a Bocca Ceraso. Una stradina sterrata, inizialmente in salita, ci ha poi condotti sotto le pietre arancioni di Varbàra e dunque alle auto di Bocca Ceraso. Ad Aiello, ci attendeva il colle Tilesio, sul quale ci sono i resti del castello, in passato di grande importanza strategica poiché posto a controllo di una bretella che conduceva da Cosenza al fiume Savuto.
Consumato il pranzo a sacco e bevuto un po’ di buon vino rosso locale alla salute di tutti gli amanti delle attività all’aria aperta, c’è stato un momento informativo sulla storia di Aiello (vedasi notizie a fondo pagina). A seguire, esplorazione dell’area del castello che si espande per circa 20 ettari, e visita della torre quadrata, delle varie cisterne, dei resti della torre ottagonale e della Timpa della Calandia da cui si ammira lo splendido panorama con Monte Cocuzzo, monte Faeto, il mar Tirreno e le Isole Eolie, l’Etna, e Monte S. Angelo.
Prima di terminare la piacevole giornata, c’è stato anche il tempo per fare un salto alla Cappella Cybo e alla chiesa di San Francesco nell’ex Convento degli Osservanti, gioielli architettonici e culturali della Rinascenza calabrese, e gironzolare per le viuzze del centro storico.
Abbondante e gustosa, infine, l’apericena – con specialità di rosticceria del luogo – preparata dal Caffè Bistrot di S. Maria, che ha preceduto i saluti a tutti i partecipanti.
Terminiamo questa breve cronaca dell’escursione, ringraziando chi ha partecipato e tutti coloro i quali hanno collaborato, in particolar modo: Carmine Sproviero e Annelisa Rotella di AdM, e tutti gli amici del gruppo estemporaneo di JAC.
Alla prossima uscita e buon cammino!

MAPPA PERCORSO BOCCA CERASO – CLETO – BOCCA CERASO – AIELLO CALABRO
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Gallerie fotografiche

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NOTIZIE STORICHE SU AIELLO E CLETO
CLETO
Cleto ha origini antiche. Il nucleo abitativo, alle pendici di Monte S. Angelo, si abbarbica sulla roccia, e Pietramala difatti si chiamava sino a metà del 1863. Il suo castello medioevale, da dove si controlla tutto il territorio sino al vicino mar Tirreno – acquisito con tutta la Terra di Pietramala con atto notarile del 29 ottobre 1615 per 30 mila ducati dai d’Aquino da Ercole Giannuzzi Savelli, primo barone del feudo,– come lo descrive Giuseppe Giannuzzi Savelli in un volume edito nel 2004 in edizione limitata (solo 600 copie), è «poderoso e severo», per secoli residenza della famiglia, che lo stesso Ercole I implementa con nuovi corpi di fabbrica. Poi, i terremoti lo avevano ridotto in ruderi, ed ora, finalmente, da qualche anno è ritornato con tutta la sua imponenza a «cavaliere dell’intiero paese» da cui si gode «un paesaggio di incommensurabile bellezza».
Sul castello di Cleto – Fonte Atlante Beni Culturali
Descrizione
L’antica Cleto era probabilmente un centro magnogreco entrato in conflitto con la potente Kroton. In epoca medioevale mutò la sua denominazione in Pietramala, dall’omonima famiglia normanna. Situata alle pendici del monte Sant’Angelo, si affaccia sul mare Tirreno. Nel 1270 venne concessa in feudo a Guglielmo de Foret. Successivamente appartenne ai Sersale, ai Marano, ai Siscar di Aiello, ai Cavalcanti, ai Cavallo e infine ai D’Aquino. L’edificazione del castello di Cleto viene attribuita storicamente ai Normanni che posero il maniero in cima al monte Sant’Angelo sotto il quale scorre il fiume Trobido, ed in posizione tale da poter controllare una buona porzione di territorio. Di notevole importanza strategico-militare, risultavano le due maestose torri cilindriche, di cui oggi rimangono solo i ruderi, destinate, l’una alla difesa dell’area verso il ponte levatoio e, l’altra destinata in parte a residenza del feudatario e in parte alla difesa della zona superiore. Una possente cinta muraria fu costruita per difenderlo ed un unico accesso, posto ad ovest fu reso ancora più impenetrabile per la presenza di un ponte levatoio. L’edificio si sviluppava su tre livelli principali. Al primo livello, appunto, l’accesso principale con il ponte levatoio, al secondo livello una corte che ospitava una delle due grandi torri circolari e una serie di ambienti riconducibili a diverse fasi edilizie. A questo livello si accedeva da un ingresso situato a lato della torre circolare, costituito da blocchi ben squadrati di grandi dimensioni con al centro un portale in pietra lavorata. Il terzo livello, infine, era situato nella zona più alta, una sorta di cassera all’interno del castello fortificato, nella quale si trovavano due ali parallele di ambienti disposti ai lati di un’area aperta di forma trapezoidale e, sullo spigolo sud-est, c’era la seconda torre circolare. All’esterno del complesso, sul lato ovest, si trova un’area interessante dove nonostante la forte pendenza dovevano localizzarsi altri ambienti addossati alle mura. Probabilmente in questa zona doveva trovarsi anche la chiesa di San Giovanni Battista di cui però non si hanno più tracce. Nella parte centrale del castello sorgono una serie di silos per la conservazione di grano e altre derrate. Intorno ad esse sono sistemate delle buche quadrangolari destinate ad ospitare oggetti vari. I silos risalgono ad un periodo antecedente al castello, forse quello bizantino. Le grotte e le cisterne sono presenti sotto tutto l’abitato di Cleto e, spesso, sono comunicanti tra esse. Una pergamena rinvenuta negli anni quaranta, murata in una delle due torri, ha permesso di ricostruire la vita che si svolgeva nel castello. Le attività di filatura e tessitura del lino si svolgevano sotto il diretto controllo della baronessa. Il feudatario aveva diritto di vita e di morte sui sudditi ritenuti colpevoli di delitti. I condannati venivano gettati nella cosidetta “lupa”, una profonda caverna senza via di uscita, dove morivano per soffocamento o per fame. Da un atto notarile del 1789, si evince come il castello, a quella data, fosse già quasi distrutto. Le incursioni dei pirati turchi ed i numerosi e catastrofici fenomeni sismici, lo resero sempre più vulnerabile e inoffensivo.
AIELLO CALABRO
Ajello, il cui territorio è circa 39 kmq, tra i 70 e i 1100 metri slm, a metà strada tra il mare e la montagna, è un piccolo paesino – abitato da poco meno di duemila anime – arroccato sulle colline dell’entroterra tirrenico cosentino. Le sue origini risalgono al passato remoto. Ne sono testimonianze, nei primi anni ’60, i ritrovamenti in località Valle di una selce paleolitica e di alcune tombe databili al 550 a.C. che contenevano oggetti classificati come aryballoi, ovvero porta profumi corinzi. Che questi oggetti siano di fattura magno greca non ci sono dubbi. Come non ci dovrebbero essere dubbi che il territorio di Aiello Calabro potesse essere parte di un territorio più ampio, in cui erano diversi i nuclei abitativi a stretto contatto tra loro e che potrebbe corrispondere alla antica Temesa, ubicata tra l’Olivo ed il Savuto.
Posto in un luogo strategico, per il controllo delle vie di comunicazione, Aiello è stato nel corso dei secoli al centro di aspre lotte di potere. I Saraceni del vicino Emirato di Amantea, come racconta la leggenda, nel tentativo di farlo capitolare “per fame”, furono persuasi a desistere dal genio degli aiellesi che per dimostrare di avere scorte a sufficienza, dalle mura del castello lanciarono delle ‘pezze’ di formaggio ottenute dal latte delle loro donne. I Normanni, nel 1065, guidati da Roberto il Guiscardo lo assediarono per quattro mesi, prima di ottenerne la resa. L’importanza di questo lembo di terra “…grossa, nobile, et civile” è dimostrata nel corso delle alterne vicende storiche. Con gli Aragonesi, il feudo aiellese, dai Sersale fu assegnato al viceré di Calabria e conte di Ajello, Francesco Siscar. Tale periodo per Aiello è molto florido e si registra una notevole espansione demografica, sociale ed economica che continua con il Viceregno spagnolo in cui cresce l’agricoltura e la produzione della seta. Nel 1566 il Feudo viene acquistato per 38 mila ducati dal principe di Massa, Alberico Cybo Malaspina. Con questa famiglia di origini liguri toscane, che ne mantenne la proprietà sino all’eversione della feudalità, lo “Stato di Aiello” passa da contea a marchesato e poi nel 1065 a ducato. A questo periodo si devono alcune delle più pregevoli testimonianze architettoniche artistiche e storiche del borgo antico: il palazzo Cybo e la omonima cappella gentilizia, dove è custodita la statua della Madonna delle Grazie, molto venerata dagli aiellesi. Nel decennio francese la cittadina passa nella giurisdizione del cantone di Belmonte, quindi nel governo di Rogliano, sino al 1811, anno in cui è capoluogo di Circondario (comprendente Terrati, Serra, Lago, Laghitello, Pietramala e Savuto). Negli anni a seguire: la Restaurazione borbonica, poi Garibaldi che unisce l’Italia, il Brigantaggio, e il terremoto del 1905 che distrugge buona parte dell’abitato. Nel 1864 prende il nome di Aiello di Calabria che muta nel 1928 in Aiello Calabro, incorporando Cleto e Serra, i quali divengono comuni autonomi, il primo nel 1934, il secondo nel 1937.
Il castello
Fu certamente “…una delle prime fortezze del regno” (L. Alberti, 1525/26). Infatti, l’impianto del vecchio maniero che, dal promontorio Tilesio su cui sorge, domina il borgo medioevale, secondo diversi documenti iconografici, dovrebbe risalire, nella struttura attuale (sebbene diruta), al tempo di Francisco Siscar, viceré di Calabria sotto gli Aragonesi, pur inglobando strutture precedenti risalenti ai Normanni e forse al Castron bizantino (Ajello o Tilesio, sic? fu distrutta dai Saraceni nel 981). Il castello, da cui si poteva controllare una bretella della Via consolare romana Annia che sboccava al mare, fu di fondamentale importanza militare. Composto da: cinque porte ferrate e ponte levatoio, torri (il Mastio a base quadrata, la torre dell’Orologio e diverse torri d’avvistamento), cappelle, cisterne per i bisogni della cittadella, cinta muraria e cunicoli per le fughe, è andato in rovina a seguito dei terremoti del 1638, del 1783 e del 1905, oltre che per l’incuria dell’uomo. Tuttavia, restano eloquenti vestigia, quali: mura perimetrali, torri angolari speronate, cisterne, ed alcune stanze sotto le torri, che è consigliabile visitare. Al castello si giunge attraverso una suggestiva via d’accesso, scavata nella roccia tufacea.
Sul castello di Aiello – Fonte Atlante Beni Culturali Calabria
Descrizione
Di questo imponente maniero, che ingloba strutture precedenti risalenti ai Normanni e forse al Castron Bizantino e che fu una delle prime fortezze del regno, restano eloquenti vestigia: mura perimetrali, torri angolari speronate, cisterne, ed alcune stanze sotto le torri. Una roccaforte naturale, già fortificata in epoca bizantina, evidentemente per resistere alle scorrerie arabe, praticamente inespugnabile. Ciò spiega come l’impianto non fosse quello del “castrum” classico, ma fosse provvisto di sole due torri, sui lati rivolti ad est e a nord, perché gli altri due lati risultavano già inaccessibili naturalmente.. Nel 1065 resistè, anche, per quattro mesi, all’attacco di Roberto il Guiscardo il quale, durante l’assedio perse due nipoti. In epoca sveva, poi fu feudo di Riccardo di Salerno, cancelliere di Federico II di Svevia e, riuscì ad acquistare grande importanza non solo per ragioni strategiche, ma anche economiche e sociali. Raggiunse il massimo splendore nei secoli XV e XVI, quando era sede delle potenti dinastie dei Siscar e dei Cybo, divenendo uno dei più grandi e notevoli castelli dell’Italia meridionale. Massima cura, era stata posta per realizzare le difese: una prima cinta muraria, con il classico torrione di vedetta, proteggeva la parte più bassa e racchiudeva la cittadella, l’entrata al corpo principale poteva avvenire solo attraverso altre due porte superiori, controllate da un altro corpo di guardia e da un rivellino di forma circolare e numerose altre postazioni difensive erano sistemate un po’ dovunque. La parte residenziale era anch’essa imponente e comprendeva una cappella, diverse abitazioni, cinque cisterne di raccolta dell’acqua piovana, diversi locali fra cui il carcere, magazzini ed un cortile grandissimo che nei disegni di Cybo appare lastricato. Queste mura antiche, un tempo, furono testimoni silenziose di terribili atrocità. Si narra, infatti, che all’interno del castello i prigionieri venissero sottoposti a torture tremende e a punizioni sanguinarie. Unico accesso al castello rimane, ancora oggi, un suggestivo percorso, scavato nella roccia tufacea. . Aiello Calabro, durante la breve parentesi dell’occupazione francese del Regno di Napoli condotta da Carlo VIII di Francia, fu la roccaforte degli aragonesi e, per questo, subì l’assedio dei francesi. La città poi fu liberata da Gonzalo Fernàndez de Còrdoba. Il suo progressivo abbandono fu causato dai danni del terremoto del 1638 e da quelli del sisma del 1783. Sei anni più tardi il feudatario Carlo Di Tocco, duca di Palopoli, ordinò un inventario con l’intenzione di avviare opere di restauro, ma c’era da mettere mano ad una situazione talmente disastrata che il progetto fu abbandonato. Ad aggravare le cose, il terremoto del 1905 che provocò il distaccamento di blocchi della roccia del castello. In epoca moderna, solo negli anni novanta è stata avviata la pulizia dell’area intorno al castello, invasa da vegetazione infestante, e la piantumazione di numerosi cipressi, che hanno, però, sminuito l’imponenza suggestiva dell’antica fortificazione. Nel 2000 sono stati avviati interventi di consolidamento delle pendici rocciose e nel 2008 i lavori di pavimentazione ed illuminazione della strada d’accesso all’antico maniero, di cui oggi restano solo alcune mura perimetrali e, come si diceva, delle torri speronate.
INFO
• Associazione Amici della Montagna – Pagina Facebook https://www.facebook.com/admcalabria.it/
• Gruppo estemporaneo Jamu a Caminare – http://jamuacaminare.blogspot.com