Benedetto Aloisio va in pensione

AIELLO CALABRO – Ultima beggiata per Benedetto Aloisio. Per lui, oggi, al comune di Aiello Calabro, dove per anni è stato responsabile dell’ufficio Affari Generali, è stato l’ultimo giorno di lavoro. Da domani, primo aprile, va in pensione, dopo 42 anni circa di servizio.
A festeggiare insieme a lui questa giornata di addìo a delibere, determine, ordinanze, e atti vari, c’erano tutti i colleghi di lavoro, e gli amministratori comunali.
La delibera di G.M. che lo colloca a risposo è del 7 marzo scorso, che prende atto dei raggiunti requisiti pensionistici raggiunti – era stato assunto il 2 novembre 1974 -, certificati dall’Inps.
A Benedetto gli auguri della Redazione del Blog.

Qui di seguito, qualche scatto del brindisi di commiato. Anche se, ne siamo certi, non mancherà di fare una capatina in comune ogni tanto.

#GiovanniSolimena, uomo di cultura e #giornalista calabrese


“Ingegno multanime e propulsore infaticabile delle calabre rivendicazioni.”. Giovanni Solimena, che tanto ha rappresentato per la crescita della cultura calabrese e della legislazione notarile italiana, nasce ad Aiello Calabro il 7 settembre del 1869 e qui muore il 30 marzo 1944. Si laurea giovanissimo nel 1893, e due anni dopo inizia l’attività notarile che esercita per oltre 40 anni, facendo parte del Consiglio direttivo della federazione notarile italiana. L’attività professionale di Solimena peraltro trova riscontri anche all’estero dove è definito a ragione “Maestro del Diritto notarile italiano”. “Dove lo metteremo – ebbe a dire Luigi Patroni nell’Omaggio dei Notari d’Italia e della Stampa Giuridica a Giovanni Solimena; in Bollettino Notarile, anno XLVI, n° 8 – Tivoli, 1931 – tra i giuristi, fra i letterati, fra i cultori di storia calabrese, fra gli intenditori di diplomatica e di araldica, fra gli studiosi di problemi economici-sociali, tra i professionisti?” La passione intellettuale per gli studi storici e letterari, senza tralasciare tuttavia quelli per il Diritto, lo portano a far parte del Collegio Araldico Romano e dell’Accademia Cosentina. L’On. Nicola Serra, allora presidente dell’istituzione culturale ebbe a definirlo – citiamo da Kostner – “aristocratico di natali e di intelletto, ingegno multanime e propulsore infaticabile delle calabre rivendicazioni….” E’ fecondo e apprezzato collaboratore di diverse riviste e giornali dell’epoca (amava a volte firmarsi come Gioso), da Nosside a Cronaca di Calabria, da Tribuna Illustrata, al Giornale d’Italia, alla Scena Illustrata, alla Domenica del Corriere. “Le sue corrispondenze si contano a centinaia”. Dicono così, di Solimena, Lenzi e Taverriti. Nell’arco di un cinquantennio di prolifica attività egli affronta “ogni lato della vita della sua regione”. Gli argomenti di cui si occupa vanno dalla Storia al Folclore, dalla Letteratura all’Economia, dall’Agricoltura all’Industria. Ma questo non è tutto. Si diletta anche di Poesia e Novellistica. Di lui si conoscono molte opere, grazie al lavoro puntuale del Liberti e grazie all’importante archivio della famiglia Solimena in cui queste opere sono custodite. Ne citiamo solo alcune. “Gli ipersensitivi della giovane lirica calabrese della seconda metà del secolo XIX” in Rivista Contemporanea, Firenze 1888; “Canti Popolari raccolti in Aiello di Calabria” in Rivista delle Tradizioni Popolari, 1894; “Prove di Nobiltà in Calabria, in Rivista Araldica, 1914; “Il Principe dei pittori italiani del settecento (breve biografia di Francesco Solimena, noto come l’Abate Ciccio), in Collegio Araldico, 1917; “La Sorella dispersa (leggenda calabra), in Nosside, 1925; e ancora la “Pratica del Notariato”; “Commento alla legislazione notarile Italiana” che fu “universalmente riconosciuta come un’opera monumentale ed un riferimento imprescindibile della scienza giuridica del nostro Paese”; e tantissimi altri lavori che per brevità non citiamo.

Il sesto centenario della nascita di San Francesco da Paola, santo calabrese ed europeo

San Francesco da Paola
Courtesy od Wikipedia
di Carmelina Sicari – direttrice di Calabria Sconosciuta
Il 27 marzo del 1416 nasceva San Francesco di Paola, il santo calabrese ed europeo, come suona la recente biografia di Giuseppe Caridi per la Salerno. Seicento anni or sono, e si infittisce il mistero sulla sua realtà storica. Non che si dubiti della sua esistenza fisica. Ma dei miracoli sì, della sua agiografia insomma, della linea iconografica e taumaturgica tradizionali. Ad esempio, il celebre miracolo dell’attraversamento dello stretto sul mantello tra l’infuriare dei marosi è stato espunto dalle biografie ufficiali. Non c’è documentazione adeguata. È uno dei miracoli più strepitosi insieme all’attitudine del Santo di toccare il fuoco senza bruciarsi, di resuscitare i morti, di far sanguinare le monete frutto di estorsione ai poveri e così via. Un’attitudine taumaturgica che colloca il Santo al pari del poverello d’Assisi e di S. Antonio da Padova. Il santo viene collocato tra gli umili ed i potenti perché l’ultima parte della sua vita la trascorse in Francia dove viene chiamato perché provvisto di spirito profetico e perché guarisca il re francese, Luigi XI. Ma questo non significa che San Francesco possa essere considerato amico dei potenti come degli umili perché la sua condizione di eremita lo poneva accanto ai poveri, agli oppressi, agli emarginati di ogni genere. Nella società specie meridionale questo ruolo assumevano gli eremiti, i fraticelli che abitavano nelle grotte e che si ergevano con insolito ed improbabile coraggio contro i potenti in difesa del popolo. Nella canzone di Aspromonte uno di questi va a sfidare Almonte e gli invasori. Nella biografia di San Francesco questo ruolo viene assegnato al Santo nel miracolo delle monete. Il Santo davanti a re Ferrante d’Aragona spezza le monete che provengono dal tributo del popolo e da esse sgorga sangue vivo.
Esiste dunque una questione su San Francesco e sulla storiografia che lo riguarda? È un problema di metodo. Se si guarda alle fonti storiche esse scarseggiano, se si guarda alla tradizione popolare, le prove dei suoi miracoli sono abbondanti, anzi sovrabbondanti. C’è una prova viva per così dire. Non si spiegherebbe la devozione dei calabresi per il santo che considera suo protettore senza la grande fama e l’immensa tradizione popolare che la sostiene.
Ma esaminiamo più da vicino la questione. San Francesco è un eremita, dicevamo, seguace di una tradizione antichissima. Nel bios di S. Elia iuniore viene descritto con drammaticità estrema l’eccidio compiuto dai saraceni a Taormina. Sempre a fianco dei poveri e delle vittime dei potenti. Non c’è un bios di San Francesco ma c’è una vera e propria legenda come quella sorta intorno a San Francesco di Assisi. Ci sono le storie milazzesi. La storia dell’impiccato che Francesco richiama in vita e che entra nel suo ordine. La storia del pozzo dell’acqua che diviene potabile. La storia dell’immagine impressa sulla porta di Candida sua seguace. Una fioritura come nei Fioretti di San Francesco. Questa fioritura di storie viene continuata nell’opera ottocentesca di Nicola Misasi che consacra definitivamente la vicenda di San Francesco come emblematica della Calabria. Francesco è il ribelle e rappresenta il cuore ed il carattere del calabrese così come Telesio ne rappresenta l’intelletto. Visione prettamente romantica ma molto suggestiva. Il ciclo francese è anche quello dei potenti. Costretto dal papa Sisto IV ad andare in Francia presso Luigi XI, egli incontra nel lungo viaggio Ferrante d’Aragona. Il papa stesso oltre al re di Francia che non guarisce e resta legato da una promessa fatta al re a Tours fino alla sua morte. Ma sia il viaggio che la sua dimora in Francia sono costellati da guarigioni e prodigi. Francesco è anche dotato di profezia. La più grande è quella del granmonarca che ricorda da vicino Gioacchino da Fiore. In effetti se la leggenda della sua vita ricorda Francesco di Assisi e Antonio da Padova che lottava contro Ezzelino da Romano e compieva analoghi prodigi, lo spirito profetico ricorda quello dell’abate da Fiore come lui fondatore di un ordine nuovo, i Florensi. Probabilmente la spinta decisiva verso la Francia fu dovuta all’impegno del papa di riconoscere la regola e l’istituzione dell’Ordine dei Minimi fortemente voluto dal santo che in tal modo intendeva contribuire alla riforma della Chiesa. Nella sua adolescenza, il pellegrinaggio a Roma lo aveva spinto al desiderio di riforma soprattutto nella direzione della povertà. I minimi non devono aver denaro. E la fondazione dei conventi a Corigliano, a Paola, in Sicilia, a Genova, a Roma e poi a Praga in Europa segna il passaggio dalla vita eremitica a quella cenobitica. L’ultimo degli eremiti è San Francesco da Paola. La povertà come assunto della regola lo lega al movimento francescano del poverello di Assisi. Secondo la tradizione, l’altro polo della regola Charitasgli viene dettato da un Angelo. Eremita e riformatore sempre umile ha spiegato in un altro miracolo il fondamento dei prodigi, la fede. Un giovane affetto da una piaga inguaribile si reca da lui che raccoglie un’erba e gli dice di fare un impacco sulla ferita. Il giovane scettico esclama che ha usato infiniti decotti e medicine inutilmente ed il Santo spiega che non è l’erba ma la fede a compiere il prodigio. La biografia del Russo insiste su questo aspetto cogliendo la sua carica riformista attraverso l’ordine dei minimi da lui impressa nella storia. Da ribelle a riformatore dunque ma sempre interprete dello spirito di trasformazione interiore. La regola fu approvata nel 1506 un anno prima della morte del Santo nel 1507 da Giulio II. Venne santificato appena dodici anni dopo la morte tanto grande è la sua fama. Il suo corpo bruciato dagli Ugonotti nel 1583 durante le guerre di religione in Francia ha fatto registrare un altro miracolo. Il fuoco suscitato dai profanatori continuava a spegnersi e solo quando essi fecero bruciare una croce si mantenne vivo.