Boccioni, antesignano del Futurismo

Boccioni, autoritratto
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di Carmelina Sicari – direttrice Calabria Sconosciuta

È l’anniversario della morte di Umberto Boccioni, mio concittadino per caso come ricorda una via quasi dimenticata verso il lungomare a Reggio Calabria e un istituto scolastico. A Reggio Calabria era nato nel 1882. La bizzarria della sua nascita in un posto così lontano e sperduto e decentrato rispetto alla vita da dandy di cui Boccioni diventerà sacerdote più che icona a Parigi, risponde alla bizzarria della sua morte per una caduta da cavallo nell’agosto del 1916, quasi cento anni fa in quel di Verona.
Il destino si diverte a tessere simmetrie improbabili. Commemorare la data della sua morte significa riconoscerne il valore non solo storico di antesignano del futurismo, di esperto delle mutazioni di quella che chiamiamo belle èpoque, e questo è affare di critici e storici, ma sopratutto per i lettori, i consumatori della sua arte, gli stupiti spettatori delle sue mirabili rappresentazioni, significa comunicare le emozioni che il nuovo corso da lui inaugurato suscitano. Colori intensi, bagliori, esplodono sulla tela, soprattutto il blu e il rosso. Non intendevo addentrarmi nel discorso delle avanguardie letterarie e pittoriche insieme e mi rendo conto che sto facendo uso di ampie preterizioni, ma indubbiamente Boccioni, autore del Manifesto sul futurismo del 1910, aveva fatte proprie alcune idee fondanti delle avanguardie europee dell’epoca, l’idea della necessità di rinnovare il linguaggio poetico e pittorico, l’idea della trasgressione rispetto alla tradizione. Era stato allievo di Giacomo Balla (1871-1958) e ne aveva assorbito i principi del divisionismo. Ma chi gli ha insegnato le vibrazioni del colore, gli archetipi simbolici del colore stesso? Chi gli ha insegnato la rivoluzione operata ne La città che sale? Il blu è un colore il cui significato simbolico è la spiritualità. Al contrario il rosso esprime la materialità violenta. Due archetipi che si incrociano costantemente, si sovrappongono si accavallano nell’opera di Boccioni anche nella rappresentazione delle icone del tempo, i cappellini rossi delle donne, il tramonto, la ferrovia, la velocità.
Arthur Rimbaud in maniera altrettanto ardita, aveva analizzato le associazioni dei colori connessi a Les voyelles, le vocali. Ma qui, in Boccioni, ai colori vengono associati interi mondi inelencabili, inesplicabili, di cui sulla tela vengono raggrumati esemplari unici in volti, in momenti. Il mondo, anzi i mondi spiegati con due colori intensi che trovano echi anche musicali.
Le avanguardie di fine ottocento avevano molto insistito sulle sinestesie, sulla coniugazioni di interi settori artistici, musica e colore, odore e gusto.
Umberto Boccioni è un grande allievo della tradizione nel momento che la sconfessa e la tradisce. Ed egli parte per la guerra, come Balla d’altra parte. Deve rappresentare il mito della vita come arte e dell’arte che è vita. Egli sa che si deve vivere intensamente e lo ha appreso dagli Sturmer, l’altra avanguardia dello Sturm und drang, conosce l’importanza della gioventù nel rinnovamento.

Boccioni rappresenta l’incrocio di tradizione ed innovazione e di quanto possa l’arte unita alla passione, al sentimento alla convinzione profonda di una missione da compiere. L’arte, potrebbe essere questa la summa conclusiva, solo può spiegare la vita. Una frase incisa nel cornicione al teatro Cilea di Reggio Calabria, ora perduta, distrutta, come tutto, diceva: “L’arte rivela ai cuori quello che nessuna scienza può rivelare alle menti”.

#SanGeniale #exvoto 2016 inizia il Novenario

Il 27 gennaio inizia il novenario della festa di San Geniale e vutu che si svolge il prossimo 5 febbraio, come segno di ringraziamento, di penitenza e di devozione per lo scampato pericolo, in occasione del terremoto del 1783.
Qui qualche link sulla storia del culto:

Di seguito, un brano tratto dal volumetto “San Geniale Martire” di Scipione Solimena in cui si riporta ampiamente il manoscritto del sig. Gaetano, nipote di Monsignor Giuseppe Maruca nostro concittadino e Vescovo di Viesti.
“Il Principe della famiglia Pinelli, (che, dopo i Ravaschieri, ebbe la signoria di Belmonte Calabro), la cui religione doveva certamente esser grande e sincera, ebbe conoscenza dei portenti del nostro Protettore. Si rivolse allora al Guardiano del Convento, col vivo desiderio di possedere un pezzetto delle ossa del Martire Santo.
Il frate bramando di cattivare per sé e pel suo Convento l’animo di quel Signore «profittando – dice il Cronista – dell’apertura della cassa per la festa, nel sabato vigilia della solennità, ne perse un osso interno, e tutto giulivo lo portò al Principe, che molto lo gradì. Intanto venuta la vigilia delle festa dell’anno seguente, giorno che al solito doveva aprirsi la cassa, per esporsi l’urna alla venerazione dei fedeli, il Padre Guardiano fu colto da grave dolore e da contorcimenti in tutta la persona senza sapere indagare la causa di tanto repentino malore, sicché dovette dare ad altri la sua chiave, e la commissione di eseguire la funzione. Lo stesso malore lo colse l’altro anno appresso e nello stesso giorno; sicché entrato in sé stesso, conobbe che la rinnovazione del suo male, in tal giorno e nell’ora stessa, era causato non da umana causa, ma da permissione divina pel furto sacrilego commesso smembrando un Corpo intero. Risolve portarsi dal suo Principe, e lo fa nel seguente giorno. Lo trova colpito del suo male medesimo e con gli stessi caratteri del suo sofferto del pari nell’anno precedente. Il Guardiano da ciò prende occasione parlargli del sacrilego furto commesso, e lo prega restituirgli la suddetta Reliquia. Volentieri la ritornò nelle mani del Padre, e questi la restituì al primitivo luogo.»
Nell’urna delle S. Reliquie è contenuta anche una borsa di antico damasco finissimo, che pare contener monete.
La tradizione costante e viva nell’animo dei cittadini di Aiello assicura, che quella borsa piena di antichissime monete d’oro fu data dalla Moglie del Principe suddetto al Guardiano in riparazione del sacrilego possesso della S. Reliquia. Il Guardiano, rimettendo nell’urna l’osso, restituitogli dal Principe, vi depositò anche la borsa, che vi è rimasta senza che altri osasse di aprirla.
Avuta notizia del sacrilego furto e della restituzione della Reliquia, il popolo di Aiello, in segno di protesta e per evitare nuove indebite appropriazioni, pensò di porre in salvo per l’avvenire il prezioso tesoro.

Mediante sottoscrizione volontaria, fu raccolta considerevole somma, e decretata la statua del S. Martire con la corona e la palma di argento”.