A Monasterace marina dagli scavi emergono Draghi e Delfini

L’erosione delle coste è sempre più minacciosa specialmente in Calabria.
Ma questa volta una mareggiata ha permesso che venisse alla luce, in quel di Monasterace marina, l’antica Kaulon, uno stupendo mosaico, a una ventina di metri dal mare, nella zona termale, in prossimità del tempio dorico già conosciuto fin dagli anni sessanta, quand’era Sovrintendente agli scavi l’esimio mio Prof. dell’Università di Messina, Alfonso De Franciscis a cui devo la mia passione per l’Archeologia.
La scoperta è sorprendente: un tappeto mosaicato  circolare con pannelli quadrati e rettangolari con su impresso a grosse tessere un drago marino dai colori e dalle sfumature d’incredibile bellezza (vedi foto).
Il tema del serpente non è nuovo e rappresenta una suggestiva difesa contro il male, mentre le figure dei delfini che sono nei riquadri sono il simbolo dell’amicizia e del coraggio.
Mi apprestavo ad andare a vedere al più presto questa meraviglia (sembra sia il più grande mosaico del genere della Magna Grecia), quando ho saputo che per mancanza di risorse necessarie per la sua sistemazione e per la difesa dagli agenti atmosferici, tutto è stato interrato nuovamente e rinviato a data successiva. Che peccato dover attendere chissà quanto ancora! Un appello al Ministro dei Beni culturali è doveroso.

Al di là della mala. Presentazione a Cosenza del libro di Messinetti e Dionesalvi. Un capitolo dedicato ai veleni dell'Oliva

Venerdì 7 febbraio, H 17,30 AL DI LÀ DELLA MALA

Presentazione corale, presso la Casa delle Culture, sala “Gullo”, Cosenza Vecchia – I veleni industriali scaricati nella Valle del fiume Oliva, gli operai della Marlane di Praia ammalati di tumore, la diga dell’Alaco e i laghi della Sila nelle mani delle multinazionali, i progetti dell’Enel sul Pollino e Rossano, l’elettrodotto di Montalto, le inchieste sulle pale eoliche, le vaste aree contaminate tra Crotone e la piana di Sibari, la new town di Cavallerizzo, il business dei rifiuti, la rivolta di Donnici, il progetto di metropolitana tra Cosenza e Rende, il sangue e il sudore di migliaia di precari e migranti calabresi sfruttati tra i call center e i terreni agricoli. 

Di tutto questo, e molto altro, si parlerà venerdì 7 febbraio, alle ore 17,30, nella sala “Gullo” della Casa delle Culture di Cosenza, in occasione della presentazione del libro di Silvio Messinetti e Claudio Dionesalvi, edito da Coessenza: “Al di là della mala. Quando la ‘ndrangheta c’entra poco e niente”. Il volume raccoglie ed aggiorna le inchieste pubblicate negli ultimi quattro anni dai due mediattivisti sul quotidiano “il manifesto”. 

Esponenti di comitati e associazioni in difesa dei beni comuni prenderanno la parola per rispondere alle domande: “esistono nella nostra regione le terre dei fuochi?”; “quali sono i cognomi dei politici e i nomi delle multinazionali che gestiscono le risorse ambientali nella zona centrosettentrionale della Calabria?”; “è possibile quantificare i danni provocati anche quaggiù dall’ideologia neoliberista?”. 

I mezzi d’informazione, la cittadinanza tutta, sono invitati a partecipare.


Associazione Coessenza

Anton Calabrès, il marinaio calabrese di Cristoforo Colombo

Il marinaio – che insieme ad un altro calabrese, Angelo Manetti, prese parte alle spedizioni colombiane – è da considerarsi il primo emigrato in assoluto in terra d’America. 
Qui altri post sull’argomento.
***.
di Giuseppe Pisano (Pubblicato su Calabria Sconosciuta N° 139-140)
Fu il primo calabrese a varcare l’Oceano e a mettere piede sul quel Nuovo Mondo in cui, nei secoli successivi tanti suoi conterranei lo avrebbero seguito. Si chiamava Anton Calabrés (1), marinaio, l’uomo che assieme ad altri seguì Cristoforo Colombo nel primo viaggio alla scoperta del Nuovo Mondo a bordo della Pinta. Di lui si sa poco o niente e fino ad ora il suo nome è passato inosservato, nascosto fra le pieghe della storia, dimenticato fra le pagine dei documenti dell’epoca, confuso fra quelli dei tanti che parteciparono a quell’impresa, più di 500 anni fa. Solo nel 1982 il nome di Anton Calabrés venne strappato per un attimo alle nebbie della dimenticanza quando Antonio Quinto Pisano, all’epoca consigliere comunale di Soverato, propose ed ottenne di dedicare una strada al misterioso navigatore, del quale aveva trovato menzione in antichi testi marinari. Poi più nulla! Ma chi era e da dove veniva Anton Calabrés(2)? Su quest’ultimo punto le nostre ricerche ci portano a formulare l’ipotesi che sia di Amantea, antico centro demaniale marinaro (3) il cui porto, nel XV secolo, era il più attivo della costa tirrenica della Calabria centro-settentrionale e l’unico capace di ospitare imbarcazioni molto pesanti (4). Inoltre, si è potuto riscontrare che in Amantea – dove peraltro la presenza genovese a quel tempo era molto intensa(5)- esiste una tradizione orale, in particolare tra gli abitanti più anziani del centro storico, che parla di un’antica commemorazione che si svolse in onore del marinaio amanteano il quale seguì Colombo nel primo viaggio di scoperta del nuovo continente e di lì a poco venne costruita, nella zona vecchia, una chiesetta denominata della Pinta (6). E proprio nella zona più antica di Amantea esiste un vico la Pinta(7) e una fontanella del ‘500 detta della Pinta(8). Vi sono però pareri discordanti sulla figura e sulle origini di Anton Calabrés. Secondo lo studioso Gianni Aiello le origini natie del marinaio calabrese di Colombo “potrebbero ricollegarsi in quel di Seminara, lo stesso luogo da dove proveniva Giovanni Calabrese, luogotenente di Carlo V e che guidò l’assedio di Tunisi”(9). Per Bruno Aloi, membro del “Comitato Nazionale per Colombo” di Genova, si tratterebbe invece di “Antonio Calabrese di Cirò, quando il paese si chiamava Ypskron”.
Di Calabrés, come dicevamo, si sa poco o niente. Il suo nome, infatti, compare per la prima volta proprio nei documenti riguardanti il primo viaggio di Colombo attraverso l’Oceano. Prima di quell’impresa di lui non si hanno notizie, né si sa di suoi precedenti viaggi per mare, il suo nome indica una sicura origine calabrese (10), ma nulla sappiamo della sua famiglia nè di suoi eventuali discendenti. Anton Calabrés, dunque, entrò a far parte dell’equipaggio di Cristoforo Colombo nel luglio del 1492, assieme ad altri due italiani: il genovese Jacome el Rico ed il veneziano Juan Veçano. Per il resto l’equipaggio (90 persone complessivamente) era formato per la quasi totalità da spagnoli (84), ad eccezione del portoghese Juan Arias e del negro delle Canarie Juan Portugues. Non era stato facile reclutare gli uomini. La storiografia ufficiale dice che nessuno, nemmeno i più audaci o i più disperati, erano disposti a rischiare la vita in un’impresa che Juan Rodriguez de Mafra aveva definito “cosa vana e stolta”, profetizzando per gli sventurati che vi avessero preso parte “pericoli orribili”. Quando già Colombo era riuscito ad ottenere le tre navi (due caravelle, la Pinta di Gomez Rascon e Christobal Quintero e la Nina di Juan Nino, ed una caracca, La Gallega del biscaglino Juan de la Cosa, poi ribattezzata Santa Maria) solo quattro uomini, condannati alla pena capitale e ricercati dalle guardie, avevano chiesto di essere arruolati. I sovrani don Ferdinando e Isabella, infatti, per facilitare l’allestimento della spedizione, avevano promesso di accordare la grazia più ampia a quanti, già colpiti da pena di carcere o di morte, si fossero arruolati negli equipaggi colombiani. Così Alonso Clavijo di Vejer, Juan de Moguer e Bartolomè Torres di Palos e Pedro Yzquierdo di Lepe chiesero di essere ammessi all’equipaggio. Il Torres aveva ucciso, nel novembre del 1491, un certo Juan Martìn, banditore di Palos, forse per una questione di donne. Imprigionato e condannato a morte, era evaso dalla piccola e incustodita prigione locale, grazie all’aiuto di tre suoi amici. Datisi alla macchia, i quattro erano riusciti fino a quel momento a farla franca e forse non avremmo mai saputo nulla di loro se la notizia della possibile grazia non li avesse spinti ad entrare nell’equipaggio di Cristoforo Colombo e nella storia. Ma per convincere gli altri ci voleva il carisma di un uomo di mare conosciuto e stimato da tutti. Padre Marchena, fedele sostenitore ed alleato di Colombo, pensò allora di coinvolgere nell’impresa Martin Alonso Pinzon, pilota e capitano di mare, navigatore esperto e ricco proprietario di una nave con la quale aveva partecipato alla campagna contro i portoghesi e si era recato anche a Roma, dove aveva potuto consultare negli archivi vaticani alcune carte nautiche che avallavano sorprendentemente le ipotesi di Colombo. Quando incontra Colombo, Pinzon ha cinquant’anni ed ha navigato tutto quello che c’era allora di navigabile. Gli bastano poche battute per comprendere di trovarsi di fronte ad un uomo esperto di problemi marinari e dotato della luce del genio. Accetta di prendere parte all’impresa come comandante della Pinta ed annette subito anche suo fratello,Vicente Yanez, che sarà messo al comando della Nina. A quel punto, spinti dal carisma e dall’esperienza dei Pinzon, furono in molti, nel giro di qualche settimana, a sottoscrivere il contratto di ingaggio. Fra di loro anche il nostro Anton Calabrés che probabilmente giunse al porto nella tenuta tipica dei marinai, con il berretto rosso conico e la cappa grigia. Per un anno, tanto è prevista la durata della navigazione, riceverà come gli altri dodicimila maravedis ed ha diritto ogni giorno a circa 350 grammi di biscotto, ad un azcumbre divino ed a 250 grammi di carne secca o di pesce. Assieme a lui, sulla stessa caravella, anche il veneziano Juan Veçano.
Ma chi erano questi uomini che per denaro o per avventura scelsero di affrontare uno dei misteri più terribili ed inquietanti del tempo? E’ ormai sfatata la leggenda secondo la quale si trattava per la maggior parte di avanzi di galera. La studiosa statunitense Alicia Bache Gould ha infatti provato che furono pochissimi i delinquenti imbarcati, e precisamente i quattro spagnoli prima citati, una percentuale decisamente trascurabile sul complesso dei tre equipaggi. Gli altri esercitavano i mestieri più disparati: un chirurgo, un sarto, un argentiere, un interprete, un paio di cortigiani e regi notai ed infine gli alguaciles, incaricati delle provviste d’acque e con funzioni di sorveglianza e polizia a bordo. Anton Calabrès, invece, era proprio un marinaio, “marinero” come viene riportato anche nella Nuova Raccolta Colombiana, probabilmente un navigatore esperto che aveva già preso parte ad altri viaggi ed esplorazioni e che venne imbarcato fra i 26 uomini della Pinta (la “Dipinta”), la nave più veloce, quella che all’alba del 12 ottobre arriverà per prima in vista delle verdi coste di San Salvador. All’alba di venerdì 3 agosto 1492 la Nina, la Pinta e la Santa Maria salparono dal porto di Palos. Circa 3 mesi prima Colombo era stato nominato Almirante Major di Mare Oceano, viceré e governatore di tutte le nuove terre scoperte ed avente diritto ad un decimo delle rendite di quelle terre. Il 12 ottobre dello stesso anno sbarcò sulle coste di un’isola che i nativi chiamavano Gunahani e che fu in seguito identificata con Watling, dell’arcipelago delle Bahamas. Segui la scoperta di altre isole minori e di quella che Colombo chiamò Juana, l’attuale Cuba, lungo le coste della quale navigò così a lungo senza vederne la fine da pensare che potesse trattarsi di un continente. Era convinto di aver raggiunto l’Asia ma non trovò traccia dei ricchi tesori che alcuni viaggiatori raccontavano di aver trovato laggiù. Così Colombo venne a sapere dagli indigeni che verso levante esisteva un’isola ricchissima che loro chiamavano Babeque. il 19 novembre Colombo parti alla volta dell’isola meravigliosa, ma non poté raggiungerla a causa di un’improvvisa tempesta. Così decise di tornare indietro. Ma la Pinta, la nave su cui viaggiava Anton Calabrés, non segui le altre. Il comandante Martin Alonso Pinzon decise infatti di fare nuovamente rotta verso i magnifici tesori di Babeque. Che parte ebbe l’equipaggio in queste decisioni è difficile a dirsi. Tutto, comunque, si risolse in una bolla di sapone quando Pinzon, senza aver trovato i favoleggiati tesori, tornò a unirsi alla flotta, giustificando la sua apparente diserzione come il risultato dell’errata comprensione di un comando. Nel frattempo la Santa Maria aveva fatto naufragio, arenandosi su un banco di corallo presso la baia di Cap Haitien. Fu allora che Colombo, persa la sua imbarcazione più grande, chiese aiuto al cacicco indigeno Guacanagarì, che mise a disposizione i suoi uomini per recuperare tutto il carico della Santa Maria, gli strumenti di bordo, gli attrezzi, i materiali, le carte, i documenti e gran parte dei viveri, che furono trasferiti a bordo della Nina. E’ il giorno di Natale del 1492. Colombo decide di costruire a quel punto un forte che diventerà il primo insediamento europeo in America e si chiamerà la Navidad (Natività). Nei sotterranei vengono sistemati viveri per un anno, le solite merci di scambio e sementi per dare l’avvio ad una modesta attività agricola. Ai coloni viene lasciata anche la lancia della Santa Maria con la quale potranno esplorare la costa. Restarono alla Navidad 39 uomini agli ordini di Diego de Arana (11) e fra di loro c’era anche Anton Calabrés (12) che divenne così il primo italiano e il primo calabrese a stabilirsi sul nuovo continente. Ricevute le assicurazioni del caso dal cacicco Guacangari, Colombo ripartì alla volta dell’Europa il 2 gennaio 1493. Tornò alla Navidad dopo 11 mesi. In Spagna la notizia della sua scoperta gli aveva procurato titoli e onori, ma soprattutto l’appoggio necessario per allestire una flotta di 17 navi con la quale riprendere di nuovo il mare e tornare nelle terre della grande avventura. Quando il 28 Novembre giunse nuovamente alla Navidad, però, ai suoi occhi si presentò uno spettacolo agghiacciante: le case e la fortezza erano state bruciate e sulla spiaggia giacevano il cadavere di Anton Calabrés e dei suoi compagni (13). Violenze e soprusi nei confronti dei nativi, causate soprattutto da questioni di donne e dalla caccia forsennata ad improbabili tesori, avevano segnato la loro breve permanenza nel nuovo mondo degenerando in un eccidio finale che non aveva risparmiato nessuno degli europei.
E’ tuttora difficile definire come la tragedia si sia svolta. Ad uccidere quegli uomini si pensa siano stati i caribi di Coanabò di fronte ad un atteggiamento neutrale dei taino di Guacanagarì. Pur se nelle dichiarazioni del cacicco taino e dei suoi vi erano chiari elementi di falsità e di lusinga per timore d’essere pesantemente punito, l’Ammiraglio genovese preferì non imprigionare Guacanagarì(14).
A Colombo non restò altro da fare che riprendere il mare, lasciandosi alle spalle quello scempio. Era il 7 dicembre del 1493.

NOTE
1)Calabrès era il nomignolo che indicava la regione di provenienza.
2)Da poco più di un decennio il nome di Calabrés viene ufficialmente menzionato nelle più importanti pubblicazioni colombiane (Cfr. per tutti la collana Nuova Raccolta Colombiana, Roma,Volume XVII, 1993, p.211).
3)Per dare un esempio di quanto fosse strategicamente importante per la Corona la città di Amantea riportiamo un privilegio di re Ferrante d’Aragona del 1496 che stabiliva “...che niuno Rè potesse vendere, ò dare la predetta città, che stia sotto vassallaggio, solo che sotto ‘l dominio Reale; e s’alcuno Rè pretendesse venderla, ò darla, che gl’Amanteoti spossini difendere coll’arme senza incorrere in pena di ribellione…”.
4)Cfr. Savaglio A., Il Regio Castello di Amantea, Rotary Club, Amantea, 2002, p.67. “Essendo sede di un porto, Amantea attirò entro le sue mura un variegato stuolo di gente e di commercianti” (Ibidem, p.76). Difatti si distinse come centro di commerci soprattutto della seta, che sul mercato di Genova veniva preferita persino a quella proveniente dalla Spagna. “In quest’approdo sicuro ed obbligato per le rotte del Tirreno, nel gennaio del 1460, giunse Antonello da Messina, proveniente quasi certamente per mare da un imbarco vicino Roma”(Cfr. Segreti V., Storia e tradizioni marinare di Amantea, Jason, Reggio Calabria, 1992, p.15). Il pittore siciliano e Cristoforo Colombo -tuttora non se ne conoscono le ragioni- chiesero ambedue di essere sepolti in sai monacali e furono raffigurati sulle banconote da 5.000 lire italiane.
5)La presenza genovese in questo territorio era molto massiccia. Commercianti e banchieri liguri spesso aiutati dal clero genovese, anch’esso fortemente presente in in tutta la Calabria Citeriore, finivano per monopolizzare tutte le risorse del territorio e già tra la fine del ‘400, e soprattutto nel ‘500, molte famiglie genovesi (Adorno, Ravaschieri, Cybo, Pinelli…) finirono per infeudarsi buona parte della Calabria centro-settentrionale e non solo.
6)Ringrazio particolarmente la signora Caruso, abitante in via Indipendenza, che sul finire degli anni ’90 mi fornì informazioni utili su tale argomento.
7)”E’ noto per tradizione a tutt’Amantea che il palazzo del Vescovo poggiasse alle rupe della Pinta, quartierino della parte più antica della città detta Catocastro, e denominato anche oggi <> dalla chiesa cattedrale di S. Maria <> . Sorgeva proprio sotto l’orto e casa Poncetta rimpetto ai marchesi De Luca, tra il presente pubblico Oratorio degli stessi e la chiesa parrocchiale del profeta S. Elia”(Cfr. Amantea (ragguagli storici), in Rivista Storica Calabrese, anno III, 1895, p.322).
8)ASCS, Notar Giò Angelo Muzzillo, 7 gennaio 1580, foll. 7 e 9 r. . Tra i monumenti di Palos de la Frontera vi è un’antica fontana pubblica (Fontanilla) cui, secondo la tradizione, i marinai di Colombo avrebbero attinto le provviste d’acqua per le tre caravelle in partenza per l’America. Sempre nella cittadina andalusa è presente un monumento in ricordo dei “Marinai della scoperta”, dove figura il nome di “Anton Calabrés”. Secondo il colombista Vittorio Giunciuglio “contrariamente a quanto convenuto con re Ferdinando e a quanto scritto nei nostri libri di storia, le caravelle non salparono da Palos (paese situato sul Rio Tinto a circa 5 km dalla foce) ma dalla barra di Saltes, località situata alla foce del fiume. Guarda caso in quella località c’era l’imbarcadero della Rabida, munito di una preziosa fontana, con la quale furono riempiti 150 barilotti d’acqua, forniti dai conventi francescani e non dai sovrani…ciò avvalora ancor più la tesi che la grande Scoperta fu fatta per la Chiesa e non per la Spagna, in quanto il convento era di proprietà del Vaticano e quindi amministrato dal vescovo Geraldini, nunzio apostolico di Papa Innocenzo VIII in Spagna”.
10)Anche Giocchino da Fiore veniva chiamato da Colombo “l’abate Joahachin Calabrés” (Cfr. per tutti Colombo C., Lettere ai reali di Spagna, Sellerio, Palermo, 1992, p.73).
11)Cugino di Beatrice de Arana, la compagna cordobese di Cristoforo.
12)Taviani P.E., Cristoforo Colombo, suppl. a Famiglia Cristiana n.31, Il Mulino, 2003, p.137. Oltre a Calabrés rimasero alla Navidad anche Pietro Gutiérrez, Rodrigo de Escobedo, Luis de Torres, Juan de Medina, Diego Pérez, Alonso Morales, Domingo Vizcaino, Jacome el Rico, i due chirurghi maestre Juan e maestre Alfonso e il calafato Lope. Inoltre, Taviani aggiunge che tra i 39 vi erano anche un cannoniere e un nostromo.
13)Undici cadaveri ritrovati erano recenti: erano stati uccisi non prima di Settembre, nove mesi dopo l’impianto della colonia. La morte di Calabrés potrebbe risalire quindi a quel periodo.
14)Da rilevare invece l’atteggiamento di Bernardo Boyl – primo missionario al seguito dell’Ammiraglio – rispetto a tale vicenda: voleva che il cacicco taino fosse messo in catene, idea condivisa anche da tutti gli altri. Che la condividessero gli hidalgos e i marinai è comprensibile, ma che la sostenesse padre Boyl, inviato a convertire gli indigeni, ci lascia alquanto perplessi.

Discarica di Giani. L'opposizione di Lago chiede un Consiglio comunale aperto

LAGO – I consiglieri di opposizione Muto, Barone, Nesi, Cherubini e Ziccarelli, chiedono al sindaco Cupelli la convocazione di un Consiglio comunale aperto ai Cittadini, entro 20 giorni dalla richiesta protocollata lo scorso 25 gennaio.
«La convocazione urgente di un consiglio comunale straordinario – è scritto nell’istanza avanzata -, aperto al dibattito di tutti i cittadini perché vengano informati sull’apertura della discarica in località Cozzo Giani e per favorire una libera espressione sull’argomento da parte di tutti».
Dopo le varie assemblee di Aiello, Amantea e Lago (in programma a Campora un incontro il prossimo 2 febbraio), in cui la cittadinanza si è espressa contro la discarica, arriva la richiesta della seduta del consiglio dove si potranno confrontare le ragioni del no e quelle del si, queste ultime portate avanti dalla maggioranza di governo di Lago e dall’assessorato regionale all’ambiente.
Intanto, in attesa dell’Assise civica, che dovrebbe tenersi entro la prima quindicina di febbraio, continuano senza sosta le iniziative per scongiurare la realizzazione del nuovo impianto a Giani per “rifiuti speciali non pericolosi” in un territorio, quello del bacino dell’Oliva, che attende da anni la bonifica.
La nuova discarica, prevista a monte del fiume Oliva, già inquinato da rifiuti tossici-nocivi illecitamente interrati, «non risolverebbe – per il fronte del no – il problema dei rifiuti rinviandolo solo nel tempo. In quanto dopo circa sette anni, e con una spesa di oltre 5 milioni di euro, la discarica si esaurirebbe». Una somma considerevole che gli attivisti propongono di utilizzare per la raccolta differenziata.