GIORNALISTI – Il Consiglio d'Amministrazione promuove il fiduciario della 15^ Circoscrizione. Inpgi, Carlo Parisi presidente di Commissione

COMUNICATO STAMPA

Il giornalista calabrese Carlo Parisi è stato nominato presidente della Commissione “Provveditorato” dell’Inpgi, l’Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani che ha una consistenza patrimoniale di 1566 milioni di euro ed ha chiuso l’esercizio 2007 con un bilancio in attivo di quasi 110 milioni di euro. Formata da sei componenti e due sindaci, la Commissione propone l’acquisto di beni e servizi ed esprime il parere sulle gare di appalto aventi ad oggetto lavori di manutenzione delle sedi dell’Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani.
Il Consiglio d’Amministrazione dell’Inpgi ha, inoltre, nominato Carlo Parisi componente della Commissione “Prestazioni Integrative” che propone la concessione di sussidi a disoccupati, giornalisti in attività, pensionati e vedove che risultino in condizioni particolarmente disagiate ed esprime pareri sui ricoveri degli iscritti in case di riposo. Giornalista professionista, componente la Giunta Esecutiva della Federazione Nazionale Stampa Italiana e segretario del Sindacato dei Giornalisti della Calabria, Carlo Parisi è al suo secondo mandato di consigliere generale. Nel febbraio scorso i giornalisti calabresi lo hanno, infatti, confermato nella carica con 129 voti su 129 votanti, 31 in più rispetto alle precedenti elezioni del 2003. Il C.d.A. dell’Inpgi ha, inoltre, confermato Parisi nella carica di fiduciario dell’Ufficio di Corrispondenza della 15^ Circoscrizione (Calabria) a coronamento di una stagione che sul fronte del lavoro ha fatto registrare in Calabria un autentico boom. Nell’esercizio 2007 i rapporti di lavoro dipendente dei giornalisti sono, infatti, aumentati del 61,87 percento (da 185 a 299) dal 2003 e nell’ultimo anno, grazie al 34,55 percento di incremento, la regione è balzata in vetta alla classifica italiana rispetto ad una media nazionale del 2,74. Gli iscritti all’Istituto di Previdenza dei Giornalisti Italiani sono 743 (record regionale) e nella Gestione Separata la Calabria segna un altro primato nazionale: la più alta percentuale di iscritti alla Gestione Separata dell’Inpgi rispetto all’Ordine (54,95%) su una media nazionale del 27,83%.

Reggio Calabria, 30 Maggio 2008


Le Scuole locali incontrano il giudice Gratteri

La cultura è l’arma più efficace per combattere le mafie. Un messaggio chiaro ed inequivocabile che il giudice Nicola Gratteri, ospite stamattina dell’Istituto Comprensivo di Aiello Calabro (che riunisce anche i plessi di Serra e Cleto), ha rivolto ai ragazzi delle scuole medie locali.
Una lezione di legalità – aperta dal dirigente scolastico Mario Giannuzzi – che i giovanissimi studenti hanno seguito con interesse, ponendo al sostituto della Procura di Reggio Calabria una serie di domande sull’argomento.
Gratteri, nella sua spiegazione del fenomeno ‘ndrangheta, il cui condizionamento della società calabrese era stato già analizzato e raccontato dalla letteratura calabrese, ha parlato dei falsi valori della criminalità organizzata, contro i quali il miglior antidoto è rappresentato dalla cultura. La lotta alle mafie si combatte su più fronti, ma la Scuola – come è stato detto – deve essere in prima linea, educando ai valori della legalità. Per questo c’è bisogno, secondo Gratteri, che lo Stato investa di più in cultura.
L’analisi del magistrato si è soffermata poi sulla storia della ‘ndrangheta, e sul come il fenomeno criminoso si è evoluto e trasformato. A partire dal tempo in cui i grandi patriarchi gestivano solo estorsioni, guardianie, contrabbando e sequestri di persone; ad arrivare al cambio delle regole da parte delle nuove leve malavitose, con l’espansione del raggio d’azione, anche in stretto contatto con la massoneria deviata, che si tradurrà nel controllo degli appalti pubblici, del traffico di droga, dell’usura ecc.
Ma cosa si può fare – hanno chiesto i giovani studenti – per sconfiggere il fenomeno criminale? Per Nicola Gratteri non ci sono dubbi. La risposta sta nella certezza della pena e in un sistema giudiziario forte, che possa contare su leggi che consentano alla Magistratura, nel rispetto delle regole, di infliggere e far scontare, dopo sentenze definitive, le giuste pene agli ‘ndranghetisti.

Il Sessantotto secondo Angelo Avignone

Come annunciato in uno dei post precedenti, il rendez-vouz culturale svoltosi lunedì scorso alla Biblioteca Nazionale di Cosenza ha analizzato sotto diversi aspetti e punti di vista cosa è stato e cosa ha rappresentato il Sessantotto.
Qui di seguito, a beneficio dei nostri navilettori, la relazione integrale di Angelo Avignone, presidente di “Mediterranei d’Europa”.

Note e testimonianze sul Sessantotto
di Angelo Avignone

Nel momento in cui si svolgono tante iniziative, in Italia e in altri Paesi, per ricordare e ripensare quel complesso movimento politico, culturale e sociale, che investì il mondo occidentale alla fine degli anni Sessanta e che chiamiamo, per brevità, il Sessantotto, anche l’Associazione Mediterranei d’Europa, in collaborazione con la Biblioteca Nazionale di Cosenza e il Seminario di Storia Moderna dell’Unical, attraverso la mia persona vuole dare il suo piccolo contributo di idee ad un dibattito che dopo quarant’anni continua a svilupparsi su posizioni contrastanti.
Il mio intervento si limiterà a brevi considerazioni di carattere personale su una stagione di contestazione studentesca, più lunga sotto il profilo temporale e più significativa dal punto di vista sociale e politico, rispetto alla rivolta del Maggio francese, e contemporaneamente è la testimonianza diretta di come ho vissuto io quel periodo, dal momento che nel 1968 ero studente nella fase conclusiva dei miei studi universitari e poi giovane docente alle prime esperienze didattiche, quando bisognava confrontarsi con giovani, che cominciavano ad assorbire l’idea della contestazione radicale dell’ordine costituito, della scuola in particolare, e dei valori dominanti.
Negli anni Sessanta, già serpeggiava una certa inquietudine, non tanto legata alla scuola, quanto all’evoluzione generale della società nel dopoguerra. In quegli anni la nostra generazione godeva delle ultime fasi di quel “miracolo economico”, che aveva anche creato una società in cui il benessere si accompagnava con una sempre più marcata carenza di valori e di ideali.
Dagli Stati Uniti giungeva la notizia che erano nati movimenti che “contestavano”, seppur confusamente, la società dei consumi. I giovani della beat generation, proclamavano la propria esigenza di vivere e rinnegavano i valori dominanti; gli hippies, i “Figli dei fiori”, chiedevano a gran voce il diritto di realizzare un’esistenza libera dalla schiavitù del lavoro, dei consumi e del denaro, e proclamavano il libero amore e il diritto dell’uomo a una vita libera dalla violenza della guerra; gli studenti, contestavano la partecipazione americana alla guerra del Vietnam perché, oltre a non comprendere le ragioni dell’intervento, non ne riconoscevano la legittimità e la protesta studentesca contro la guerra, dagli Stati Uniti, si estese in Europa, diffondendosi prima in Francia, quindi nella Germania Federale e in Italia..
In Italia il percorso dei giovani si snodava attraverso molteplici avvenimenti. Di essi ricordiamo la partecipazione alle manifestazioni antifasciste del luglio 1960; il ruolo dei giovani operai meridionali nei duri scontri di piazza Statuto nel luglio del 1962; la diffusione del movimento beat in alcuni dei maggiori centri urbani (Roma e Milano) e l’accettazione di comportamenti definiti “anomali” (capelli lunghi, abbigliamento trasandato, fughe da casa); la diffusione di un movimento pacifista e antimilitarista che prendeva le distanze dai due grandi schieramenti politici e militari, USA e URSS, attraverso i quali si articolava la “guerra fredda”; l’uccisione di Paolo Rossi, avvenuta a Roma nell’aprile del 1966, ad opera di un gruppo di neofascisti, che scosse profondamente la coscienza di ampi settori studenteschi; le “prove di rivolta” nelle scuole medie superiori contro le carenze strutturali e culturali che pesavano sul sistema scolastico nazionale; le prime occupazioni di facoltà universitarie, ancora legate a specificità didattiche, ma dimostrazione di una crescita di radicalismo che di lì a poco avrebbe determinato la crisi irreversibile delle organizzazioni giovanili universitarie, in gran parte direttamente riconducibili ai partiti nazionali.
A Messina, città dei i miei studi universitari tra il 1964 e il 1968, in questi anni c’era un certo fermento politico-culturale sostenuto e favorito dalle diverse organizzazioni giovanili, politicamente orientate, e precisamente dall’ ASGO, che si muoveva nell’area della sinistra, dall’UGI, laica il cui leader era Santo Versace, dalla cattolica INTESA, che per circa un quindicennio assieme all’UNURI, il parlamentino universitario il cui presidente era Nuccio Fava, aveva guidato la lotta per la democratizzazione degli Atenei, e dal FUAN, l’associazione dei giovani fascisti.
In queste organizzazioni, che poi erano presenti a livello nazionale nelle diverse università, era prevalso un orientamento segnato da un corale “non se ne può più dei baroni delle cattedre e da un bisogno di autonomia e di autogoverno. Questo aspetto fu il cavallo di battaglia dell’UNURI, che allora promosse una “Giornata nazionale per l’autonomia e l’autogoverno dell’università”, ad ogni livello degli studenti, degli assistenti e dei docenti.
Giungeva anche in riva allo Stretto l’eco delle occupazioni dell’Università di Firenze contro il Ministro Gui, dell’Università di Pisa, della Sapienza di Roma, ma quando giunse la notizia della morte di Paolo Rossi anche a Messina gli studenti manifestarono la pubblica indignazione con un corteo e un sit-in nei cortili interni dell’università, seguiti da scontri con gli studenti del FUAN. Gli scontri tra le organizzazioni di sinistra e quelli di destra non erano soltanto verbali, ma talvolta anche fisici, come quello avvenuto sul finire del 1967, quando in città era venuto Cesare Mantovani, Presidente del FUAN nazionale, il quale aveva esasperato gli animi degli studenti democratici ripetendo quel che allora andava dicendo: che <>. Nuccio Fava, ancora alla guida dell’UNURI, scriveva su “Il Popolo” che l’intervento della polizia, in quell’occasione, non era una soluzione, ma al contrario una prova di incapacità a capire e fronteggiare i problemi.
Cominciai allora a partecipare alle riunioni che avvenivano all’interno dell’organizzazione giovanile ASGO, dove le discussioni e i dibattiti, partendo da questioni universitarie, guardavano alla “contestazione globale” volta a demolire il sistema. Era questa l’idea paradigmatica del verbo sessantottino che trovava il suo punto di riferimento nel Movimento studentesco di Mario Capanna, che, da Trento in giù, spingeva alla contestazione. Contestazione che aveva come premessa la democrazia nelle università, ma come fine ultimo dell’azione lo scontro con il sistema dei poteri capitalistici. La premessa di tale piattaforma era l’analisi dei rapporti di classe intercorrenti tra la scuola e il vigente sistema di potere, con una netta condanna del meccanismo di subordinazione della scuola e degli studi al mercato capitalistico, che si riteneva potenziato dalle riforme progettate dai governi Moro. Occorreva creare le condizioni, nelle università e nelle scuole, per l’organizzazione e l’articolazione dell’attività comune dei docenti e studenti per eliminare l’autoritarismo e inaugurare, al di là del nozionismo, un lavoro di studio e di ricerca capace di formare la coscienza critica. Tutto ciò come premessa a una spinta rivoluzionaria che, già nel 1969, dopo l’autunno caldo e l’attentato di Piazza Fontana, si era notevolmente svigorita.
Tralascio l’elencazione delle proposte e delle rivendicazioni del Movimento per sottolineare uno degli aspetti che dal sessantotto in poi sarà la vera espressione del cambiamento nella scuola: l’assemblea d’Istituto, un’assemblea generale degli studenti di una scuola per discutere i propri problemi e decidere in merito. Nelle note “Tesi della Sapienza” veniva sottolineata l’importanza dell’assemblea nell’ambito di una democrazia partecipativa, che rifiuta per sua natura le delega. La partecipazione degli studenti alle assemblee di facoltà nelle università e di istituto nelle scuole superiori era allora intensa e sentita perché lì c’era l’opportunità di discutere di metodi, di fonti di lavoro e di obbiettivi volti allo svecchiamento dell’istituzione scuola, che rimaneva nei metodi e nei contenuti una scuola selettiva e classista, in quanto si preoccupava soprattutto di offrire una buona cultura ai ragazzi destinati a proseguire gli studi e che poco o nulla offriva a quelli delle classi sociali meno abbienti. In questa direzione si muoveva la famosa “Lettera ad una professoressa” di Don Lorenzo Milani, la cui critica contro l’autoritarismo dell’istituzione scolastica e degli insegnanti, contro la natura elitaria e anacronistica del saper che veniva impartito, contro il meccanismo delle deleghe a favore di una democrazia assembleare era abbastanza rigorosa e severa.
Le discussioni si sviluppavano su un insieme di principi egualitari e libertari, sull’onda del movimento francese che si presentava, nella forma di contestazione diffusa e radicale, quale reazione alla mancata traduzione nella realtà civile e politica di quei valori coniati con la presa della Bastiglia e l’inizio del movimento rivoluzionario: libertà e uguaglianza. E l’obiettivo era: riorganizzare la società sulla base del principio di uguaglianza, rinnovare la politica in nome della partecipazione di tutti alle decisioni, eliminare ogni forma di oppressione sociale e di discriminazione razziale, estirpare la guerra come modo di relazione tra gli stati.
Devo dire che il fascino evocato dalle posizioni provocatorie di Don Milani mi spinse, in seguito, non soltanto alla lettura del celeberrimo saggio, L’uomo a una dimensione, di Herbert Marcuse, il filosofo tedesco esponente della Scuola di Francoforte emigrato in America, che ha fornito un’analisi critica sia della società sovietica sia di quella americana, volta alla ricerca <> (Cozzetto), ma anche a quella del Libretto rosso di Mao e agli scritti di Che Guevara. Tutti libri che all’epoca circolavano non solo nelle università, ma anche nelle scuole superiori, come ho avuto modo di constatare da lì a poco quando cominciai, proprio nel settembre del 1968, ad insegnare a Cosenza, dove era presente un attivismo spontaneo e un fervore studentesco volti alla rottura della logica stanca del conformismo e alla rimozione di consolidate incrostazioni e cristallizzazioni. Si pensi, ad esempio, al comportamento degli studenti del Liceo Scientifico “Scorza”, i quali vollero dire la loro nel panorama del rinnovamento e della contestazione, intesa nell’accezione di testimonianza, esercitando, a dire di Luigi Michele Perri, all’epoca allievo del Liceo e oggi noto giornalista, <<> degli insegnanti e degli studenti.
Il Sessantotto, inteso non solo come spazio temporale, ma come atteggiamento e modo di essere, nella scuola cosentina, però, non fu solo discussioni e teorizzazioni di principi tendenti a risolvere i problemi di gestione e di contatto tra scuola-famiglia-società, ma bisogna ricordare che si verificarono scontri di natura politica, culminati in atti di violenza, come quando alcuni studenti democratici del Liceo “Scorza” furono duramente picchiati con le catene dai fascisti di Reggio Calabria, dove imperversava la rivolta dei “Boia chi molla”.
Allora la mia attività didattica poggiava sul principio della necessità di un cambiamento di comportamento e di una revisione del ruolo dell’insegnante all’interno della scuola. Non volevo più un atteggiamento di sudditanza degli alunni di fronte al professore; pensavo a un luogo di studio dove si potesse discutere insieme. Rifiutavo l’immagine dell’insegnante altezzoso ed esasperatamente rigido, sicuro di sé, e mi ripugnava l’idea che l’alunno dovesse accettare passivamente i contenuti culturali. Pensavo che un insegnante dovesse essere un uomo, col suo sapere e il suo ruolo, in un rapporto più umano, più coinvolgente. Un insegnante deve parlare e rispondere ai suoi alunni con onestà intellettuale. E’ forse questa la qualità essenziale di un docente, che saprà far capire ai suoi alunni come dietro alle proprie parole c’è il lavoro, lo studio, certo non la pretesa di trasmettere delle verità assolute.
Quante volte, in cattedra, mi ritornavano in mente le giornate scolastiche di alunno di liceo, quando, intimidito, non osavo fare osservazioni per paura che l’insegnante mi zittisse! Si, perché allora non era facile dissentire e, talvolta, neppure chiedere ulteriori chiarimenti perché, in quest’ultimo caso, si rischiava di subire un rimprovero per distrazione, se non per scarsa capacità di comprensione. Nello svolgimento dell’attività didattica avvertivo la necessità non solo di tenere desta l’attenzione dei miei allievi, ma di stimolarli a parlare, a fare intervenire tutti, soprattutto i più timidi, che spesso hanno dentro potenzialità represse. Era la fine dell’autoritarismo dell’insegnante, che non perdeva, per questo, i diritti professionali e culturali!
Si sente dire che la scuola di quegli anni fu molto permissiva e favorì l’incultura, ma su questo voglio dissentire, almeno per ciò che mi riguarda personalmente. Ricordo, invece, che gli alunni non disdegnavano affatto lo studio delle mie discipline, anzi spesso si impegnavano nell’approfondimento delle problematiche dimostrando amore per la cultura.
Tale amore si evidenziava ancor di più durante le discussioni in classe, quando molti alunni esponevano le loro acquisizioni in maniera non immediatamente scolastica, ma filtrate da letture critiche, che innalzavano il tono del dibattito culturale. Insegnante e alunni ci confrontavamo sui problemi letterari con visuali critiche contrapposte, e non si discuteva soltanto di “poesia e non poesia”, ma anche degli elementi sociali di un poeta, come pure si guardava alla letteratura non come bella letteratura, come valore superiore, piuttosto come attività umana, come realtà storica e sociale. Di certo era una scuola vivace perché gli alunni erano protagonisti del dialogo culturale e stimolavano anche il docente all’approfondimento di temi e problemi della letteratura. Leggevano davvero tanto, disordinatamente dirà qualcuno, ma avevano nozioni di economia, di politica, leggevano Mao, il manifesto di Marx, Marcuse, Lukàcs, Baumann, del quale allora si parlava perchè colpito dall’epurazione antisemita in Polonia, e scrivevano volantini e documenti. Allora i giovani studiavano e vivevano con l’idea che bisognava studiare, leggere quanti più libri possibili, che bisognava andar bene a scuola, solo così si sentivano sicuri e si volgevano a conquistare il mondo. Oggi, in questa società dell’apparire, essi si rifugiano nel privato o per mancanza di ideali o per sfiducia nella possibilità della loro attuazione, si sentono un po’ vittime e si lamentano del fatto che gli adulti non si occupano abbastanza di loro, che lo stato si dimentica di loro.
Sono rimasto in cattedra da allora fino a qualche anno fa e di giovani ne ho visti tanti davvero negli anni della mia attività didattica! Con loro ho vissuto le diverse fasi e i diversi passaggi generazionali, ma non ho mai dimenticato quegli anni ”formidabili”, che delimito in un arco di tempo che va dal 1968 alla seconda metà degli anni Settanta, quando la lotta armata cominciò a prendere il posto delle assemblee e della contestazione studentesca.
Di quegli anni conservo il patrimonio dei sogni, degli ideali, delle utopie, dei valori che fino a poco tempo prima erano stati interesse di pochi. Temi come il pacifismo, l’antirazzismo, il rifiuto del potere come forma di dominio di pochi privilegiati sulla popolazione, i diritti delle donne e l’interesse per l’ambiente entrarono a far parte stabilmente del dibattito politico e socio-culturale del mondo intero, grazie a quel movimento che, come dice Mario Capanna a suo figlio Dario, fu l’entusiasmo e il gusto per ogni cosa, lo stare insieme, l’amore e lo studio.
Ci furono anche errori e violenze nel Sessantotto, ma questo non vuol dire che nel suo complesso il movimento fosse negativo. Le questioni allora poste sono ancora attuali. Movimenti come questo possono portare in alto e generare grandi valori o degradare, per superficialità, per fretta, verso l’intolleranza. Il compito di ogni cittadino deve essere di evitare il degrado della violenza.

"Cletarte", un modo per valorizzare il territorio di Cleto

Qualche giorno fa, presso la Chiesa della Consolazione di Cleto (nella foto), ha avuto luogo la Presentazione ufficiale dell’Associazione Culturale “CLETARTE”. La Vice-Presidente, Filomena Longo, ha rivolto ai presenti il suo saluto e quello dei soci fondatori, evidenziando sia l’importanza di tutelare e valorizzare il territorio cletese (definendolo “un gioiello” da poter inserire tra i borghi più belli d’Italia) sia la convinzione che la “neonata” Cletarte riuscire a far “rifiorire” tutta la bellezza di un paese poco conosciuto ai più, ma così ricco di splendore, cultura, fascino, mistero, arte, storia e natura incontaminata. La cerimonia è proseguita con l’eloquente spiegazione del Presidente Gaetano Cuglietta il quale, ringraziando la Field per il grande contributo dato alla creazione dell’Associazione, ha sottolineato le finalità di Cletarte, che opera nei settori dello studio, della promozione e valorizzazione dei beni culturali ed ambientali, della promozione turistica, dell’aggregazione giovanile e di tutte quelle attività finalizzate allo sviluppo socio-economico della diffusione della cultura artistica, musicale e letteraria (anche attraverso l’evento “Cletarte”, giunto ormai alla sua IV^ Edizione). Il prof. Franco Pedatella, uno dei soci fondatori, ha comunicato la necessità reale di dover riuscire a creare un’unica forza, capace di sostenere l’associazione nella realizzazione dei suoi scopi. E’ seguito il saluto del sindaco di Cleto, Amerigo Cuglietta, che si è detto entusiasta di tale iniziativa positiva e propositiva, elogiando singolarmente ogni socio fondatore (Gaetano Cuglietta, Filomena Longo, Benito Filice, Franco Pedatella, Franco Morisco e Michele Plastino) per l’amore e la convinzione in un’associazione nata con la volontà di creare qualcosa di innovativo a Cleto e dintorni. Tra il pubblico, si sono notate presenze eccellenti quali i professori Maggiorino Iusi e Franco Ferlaino (entrambi docenti Unical), l’architetto Sergio Ruggiero (autore del libro “Tre croci a Pietramala”) e Saveria Rizzuto con Armando Orlando (rispettivamente presidente e segretario dell’”Associazione Casa delle Culture Maria Coltellaro” di S. Mango d’Aquino). Ognuno di loro è intervenuto con testimonianze preziose sulla storia, le tradizioni, le leggende e le metamorfosi di Cleto, contribuendo a far luce sul suo passato ed a rendere ancora più magica l’atmosfera che si respirava all’interno della caratteristica Chiesa della Consolazione cornice di tale singolare evento.
Per maggiori Informazioni: www.cletarte.com


La Sinistra necessaria, la Sinistra che vogliamo

A breve si terrà a Cosenza il congresso cittadino e provinciale di Sinistra Democratica. Qui di seguito, vi proponiamo una riflessione inviataci da Tonino Simone sui risultati delle Politiche del 13 e 14 aprile.

La Sinistra necessaria, la Sinistra che vogliamo.
di Tonino Simone
Coordinamento provinciale
Sinistra Democratica

NON è affatto inutile ripetere che il 13 e 14 Aprile ultimo scorso rappresentano, per la sinistra tradizionale e radicale, delle date che rimarranno per sempre scolpite nella mente e nel cuore di tanta gente elettori e cittadini. Infatti, queste date, verosimilmente, segnano la fine di una storia politica e di un percorso ideologico esaltante ed equivoco al tempo stesso. Storia politica fatta di valori e di idee, ma anche di ideologismo fine a se stesso e di scarso pragmatismo e realismo. Per anni la sinistra, spesso erroneamente, ha perseverato nel suo vezzo culturale di “ideologizzare” eccessivamente i problemi sociali e le emergenze collettive, perdendo di vista la necessità e la opportunità di “praticizzare” e rendere concrete le sue azioni. Specie in questo ultimo decennio alla sinistra radicale sono stati fatali: il non saper cogliere ed interpretare fino in fondo e correttamente i cambiamenti sociali; di non percepire e registrare il senso comune della gente ed i suoi bisogni; di soffrire vanitosamente ed eccessivamente di una sorta di “presunzione di verità”. Presunzione tutta tesa a difendere troppe volte e solo a parole: interessi di parte non generali e collettivi. Gli slogans elettorali e le parole d’ordine dei partiti e movimenti rappresentati dal cartello Sinistra Arcobaleno, gridati in occasione delle elezioni politiche ultime scorse, hanno marcato molto significativamente, il fatto: di voler essere di parte; di radicalizzare eccessivamente i problemi; di assolvere spesso (e poco opportunamente), al solo ruolo politico di denuncia e testimonianza dei problemi pur essendo parte integrante di una maggioranza di governo. Una doppiezza, questa, che giustamente è stata deleteria e dannosa e che ha influito in modo determinante alla drammatica sconfitta elettorale. Come in ogni democrazia che si rispetti, la mancata rappresentanza della sinistra tradizionale nel parlamento italiano è il risultato di una inequivocabile volontà popolare. Piaccia o non piaccia tale esito bisogna accettarlo per come è e per come si è manifestato. Tutto ciò, indipendentemente da valutazioni di opportunità e di circostanze che portano a stigmatizzare il fatto che comunque una sinistra democratica, solidale e riformista è necessaria in un paese come l’Italia. Paese oggi segnato da profonde contraddizioni ed emergenze. Ma di quale sinistra abbiamo bisogno, oggi. E, perché abbiamo, comunque, bisogno di una forza che si richiami alla tradizione di sinistra. La domanda non è né antistorica, né inattuale, come può apparire di primo acchito. Essa, invece è di struggente attualità specialmente se si pensa all’esplodere dei problemi legati all’economia globalizzata, alle emergenze ambientali pur esse ormai globalizzate, all’affermazione sempre più preoccupante di una società senza valori, senza principi e senza idealità. La Destra che ha vinto le elezioni, per sua natura, non ha la cultura
politica ad essere l’icona di tali valori, ciò in virtù dei dogmi liberisti, corporativi ed individualisti di cui è portatrice. Allora di quale nuova sinistra, l’Italia ha bisogno? Di una sinistra riformatrice, pluralista e socialista che guarda ai problemi non in virtù di un campo e di uno spazio da occupare ad ogni costo. Di una sinistra che pur non abiurando il passato, taglia in modo netto il legame con il suo passato. Di una sinistra che sappia essere contestualmente strumento di democrazia e partecipazione. Di una sinistra concreta sul piano delle analisi e delle soluzioni. Di un sinistra che faccia delle difesa dei diritti, della pace, della solidarietà e delle pari opportunità : la ragione di essere essa stessa. Insomma: una sinistra nuova e profondamente rigenerata nella cultura e nel pragmatismo che, all’analisi dei problemi sappia rispondere con immediatezza ed efficacia quasi in “tempo reale”, con soluzioni condivise ed in linea con il senso comune e non avulse dalla realtà, come in passato è accaduto. Insomma una sinistra che sappia adeguarsi meglio alle pieghe della società risolvendone i problemi e non essendone, invece, da intralcio in virtù di una ormai superata cultura radicalista e di principio fine a se stessa. Lo spirito con cui Sinistra Democratica si avvia a celebrare il suo primo congresso provinciale e cittadino deve e sarà questo. Ciò lo impone tante circostanze. Lo impone il fatto di creare una prospettiva seria di unità a sinistra; di rendere agevole la costruzione di un nuovo centro-sinistra più articolato, plurale e riformatore rispetto a quello che è stato in passato. Lo impone la inopportuna circostanza circa la possibile costruzione, in Italia, di un bipolarismo coatto senza differenze e valori. Bipolarismo figlio della fusione a freddo della cultura qualunquista e liberista berlusconiana e di quella pseudoriformista veltroniana. In questi ultimi giorni Veltroni sembra aver capito che correre da solo nelle elezioni ultime scorse è stato forse un errore imperdonabile e l’apertura di credito verso le forze che si richiamano ad un socialismo riformista ed europeo, come Sinistra Democratica, ne è la testimonianza. Perché ha capito che sarebbe una iattura immane, sotto il profilo politico e sociale, ritardare il ritorno al governo del paese delle forze più sane, delle forze che si distinguono nella società per quello che fanno e propongono a difesa della libertà e giustizia. Sinistra Democratica non si sottrae a questo compito perché nasce per unire e governare i processi; per far crescere un paese migliore e più giusto. Il congresso che si svolgerà, prevedibilmente nella seconda decade di giugno, dovrà segnare e segnerà in modo categorico questa discriminante, altrimenti: non ha senso l’esistenza stessa di Sinistra Democratica, come partito.