La Savuza tra le pietanze preferite dei calabresi, Un sondaggio de Il Quotidiano della Calabria

La Savuza è giunta – con soddisfazione del sito web www.aiellocalabro.net e del nostro blog che l’aveva sponsorizzata – nei primi posti (ottava posizione, ex equo con altre prelibatezze) del sondaggio de Il Quotidiano della Calabria.
Vincono con quasi 600 preferenze, i Rascatieddri (gnocchetti fatti senza patate) di Altomonte e sua maestà il peperoncino (253 voti). A seguire si piazzano la Pitta ‘mpigliata (232), la ‘Nduja (155), i fichi (145), la cipolla di Tropea (141) e la soppressata (107).
Ed ecco, dopo questi giganti del gusto calabro, la nostra Savuza, assieme al Bergamotto, con 56 voti. Seguono poi il Tartufo di Pizzo (51), il Morzello (51), i pomodori di Belmonte (44) e tantissimi altri prodotti e piatti con cui è ben conosciuta la cucina di Calabria.
Archiviato l’ottimo esito, è ora naturale attendersi che gli addetti ai lavori (ristoratori, agriturismi, istituzioni ecc.) non si lasceranno sfuggire l’occasione di far conoscere di più e meglio questa pietanza aiellese. Magari con una bella sagra estiva.

La ricetta

Ingredienti: zucchine, mollica di pane, menta, aceto, farina, olio, aglio, sale.
Preparazione: fate dissalare le zucchine, infarinatele e friggetele. Una volta fritte, sistematele nel piatto, cospargetele con la mollica di pane o pan grattato, conditele con aceto, aglio e menta. Riponetele in frigo, fate insaporire e poi servitele. Buon appetito!

È morto Giovanni Pesce, il gappista Visone – di Wladimiro Settimelli (Fonte l'Unità.it)

Come per tutti i ragazzini, le grandi imprese, il coraggio, la determinazione, l’impugnare una pistola in pieno giorno e andare all’attacco, richiedevano sempre un uomo grande e grosso, un eroe alto e massaccio, senza paura e pronto a scattare al minimo pericolo. Invece, Giovanni Pesce, medaglia d’oro della Resistenza, comandante dei Gap – i gruppi patriottici che attaccavano i nazisti e i repubblichini tra la gente, per strada, sul tram o in treno – era piccolino, tranquillo, silenzioso. Insomma, non parlava mai più del necessario e quando lo faceva erano parole senza ostentazione, protervia o sciocche vanterie. Quando lo aveva visto la prima volta, da ragazzo appunto, ero quasi rimasto deluso. Poi, con il trascorrere degli anni, avevo capito e , in più di una occasione mi ero fermato a chiacchierare con lui a lungo, nella speranza di capirne fino in fondo la mente, il cuore, le scelte, la paura e la tragedia: quella di dovere sparare a qualcuno, per strada, senza battere ciglio.
L’altra notte Giovanni Pesce, nome di battaglia «Visone», è morto a casa sua, a Milano, assistito dalla moglie Onorina, nome di battaglia «Sandra», la cara staffetta che, nel 1943, era l’unica a poterlo avvicinare per consegnare gli ultimi ordini del Comitato di Liberazione nazionale e della direzione del Pci. Già, perché il più famoso gappista d’Italia era comunista e veniva da una famiglia antifascista abituata al lavoro e alla sofferenza.
La biografia di Giovanni ha dell’incredibile. Quando lui raccontava di quella sua vita complicata e diversa dal solito, potevi stare ore ad ascoltarlo. Era nato nel 1918 a Visone D’Acqui, in provincia di Alessandria. Il padre, presto, molto presto, era stato costretto ad andarsene da casa e ad emigrare in Francia con tutta la famiglia. I fascisti non davano tregua. Erano finiti in un paesetto con le miniere e Giovanni, nella piccola vineria aperta dal padre, trascorreva ore e ore con «musi neri». A volte, qualcuno finiva lo stipendio cercando di soffocare nel bere la miseria e la nostalgia. Ecco Pesce, ascoltava sempre quei minatori e da loro imparava e capiva. Poi, anche lui, a quattordici anni, era finito giù nelle gallerie per quattro soldi.
Il giorno che l’Italia fascista aveva attaccato la Francia ormai messa alle corde dai nazisti, lo avevano trasferito in un campo di prigionia. Poi il rientro, da solo, a Visone. Una spiata lo aveva fatto finire in carcere e poi al confino di Ventotene , dove aveva conosciuto Pertini, Terracini e tanti, tanti altri compagni.
Nel 1943, con il crollo del fascismo, «Visone» era tornato di nuovo a casa. Poi, il partito lo aveva mobilitato per fondare i Gap a Torino. Ma il lavoro più duro e difficile lo avrebbe, più tardi, affrontato a Milano. Era stato inviato in Lombardia per occuparsi delle grandi fabbriche perché fascisti e nazisti terrorizzavano gli operai. Centinaia di loro venivano, tra l’altro, trasferiti nei campi di sterminio. E guai a protestare o scioperare. C’erano, tra gli addetti alle macchine di alcune grandi industrie, capi e capetti che facevano la spia. O personaggi che, per una manciata di soldi e qualche chilo di sale (che Italia terribile e piena di odio e di terrore in quel ’43, ’44 e ’45) erano disposti a vendere chiunque. C’era bisogna, dunque, di una azione forte che facesse sentire agli operai che la Resistenza pensava a loro e alla loro protezione. Giovanni Pesce, dal nulla, aveva imparato a sparare, Non solo: portava sempre addosso due pistole, non una sola. Ed era diventato uno che non sbagliava mai un colpo. Viveva isolato in un microscopico appartamento e usciva soltanto per l’attacco improvviso e per incontrare altri due o tre compagni dei Gap. Ma quando entrava in azione era sempre solo: non si fidava di nessuno.
In uno dei tanti incontri, gli avevo chiesto: «Ma non avevi paura?», e lui: «Eccome». Poi aveva ancora spiegato: «Una volta ho detto ai compagni che quel comandante dei repubblichini addetto agli arresti nelle fabbriche, non era arrivato in ufficio. Invece c’era. Ma io ero stato colto dal tremito e dal panico e non avevo fatto nulla. La volta successiva, dopo alcune esitazioni, era partito deciso ad assolvere all’incarico. Ero entrato nel bar dove il comandante stava facendo colazione. Mi ero avvicinato e avevo spianato la pistola. Per un attimo ci eravamo guardati negli occhi. Un attimo che non finiva più. Avevo letto in quello sguardo la sua paura, il suo terrore. Poi avevo visto che stava mettendo la mano alla pistola. Allora avevo fatto fuoco tre o quattro volte. Subito dopo ero uscito e saltato sulla mia bicicletta. Dovevo giustiziare quel comandante. Sapevo dei nostri compagni e di tanti innocenti, torturati, impiccati, fucilati».
Quante volte hai sparato avevo chiesto a Giovanni. E lui aveva risposto: «Molte, molte volte. Non le ho mai contate». Poi ancora aveva aggiunto: «Sai che nel dopoguerra, su un tram a Milano, ho incrociato gli occhi con la moglie e figli di un famoso spione che avevo liquidato. Ci siamo sfioranti e ognuno e andato per conto proprio. Credimi è stata dura. Ammazzare, anche se in guerra e nella battaglia più grande per la libertà, non è facile. Ogni volta mi si stringeva il cuore».
Nella motivazione della medaglia d’oro, si ricorda che «Visone» era stato, insieme a un compagno dei Gap gravemente ferito, inseguito dai nazisti. Lui aveva preso sulle spalle quel ferito e, sparando come un pazzo, si era dileguato. Pochi giorni dopo, con altri, aveva assalto «Radio Torino» ed era riuscito a distruggere parte degli impianti, nonostante la presenza di una decina di nazisti e un gruppetto di repubblichini. Imprese incredibili e straordinarie.
Nel 1945, a Milano, nei giorni della Liberazione, era stato affrontato da un gruppo di ragazzini con il fazzoletto rosso al collo che avevano gridato: «Comodo aspettare che i partigiani ti liberino. Comunque, puoi uscire dalla cantina dove ti eri rintanato come un topo». Lui non aveva risposto, ma aveva sorriso appena, appena per poi girare oltre l’angolo.
Caro «Visone», la tua parte per tutti e per la nostra Italia, l’hai fatta. Un abbraccio.

70 anni fa, si esauriva il progetto di unificazione di Aiello, Cleto e Serra

Il sedici maggio del 1928, per gli effetti del Regio Decreto 9 aprile di quell’anno, e in virtù del Decreto prefettizio del 7 maggio che fissava la data effettiva di unificazione al 15 dello stesso mese, i centri abitati di Aiello, Cleto e Serra erano divenuti un unico comune. Nel giugno di 70 anni fa, invece, l’esperienza della nuova Aiello si concludeva definitivamente con l’autonomia di Serra raggiunta nel 1937, e dopo che Cleto aveva riacquistato la propria nel 1934. Come hanno spiegato Massimiliano e Fausto Cozzetto in una pubblicazione dal titolo “Fascismo e vita civile: Aiello Calabro, Cleto e Serra Aiello 1928-1937”, promossa nel 2003 dall’allora assessorato alla cultura del comune di Aiello Calabro, il progetto era stato fortemente voluto dal prefetto Agostino Guerresi, nativo di San Lucido e dal Podestà Valerio di Malta, esponente di una importante famiglia del paese che in quel frangente ricopriva le cariche, a titolo gratuito, anche di commissario prefettizio di Cleto e Serra.
Il periodo in questione era caratterizzato da una situazione in cui si sentivano ancora forti le conseguenze del sisma del 1905, e durante la quale «buona parte della vita comunale era dominata dal problema della distribuzione degli oneri fiscali su una base sociale che appariva in grave difficoltà», come dimostrarono nel febbraio del 1921 gli incidenti originati dall’imposizione della tassa sul focatico. In tutti e tre i comuni, le entrate gravavano per la quasi totalità sulla contribuzione fiscale degli abitanti. «In queste condizioni, né per Aiello, né per gli altri comuni del suo hinterland – spiega Cozzetto, docente di storia moderna all’Unical – era pensabile l’attivazione delle procedure che avrebbero loro consentito di beneficiare della politica dei lavori pubblici, condotta in quegli anni sotto la spinta dell’azione ministeriale di Michele Bianchi». E così, a fronte di una avvertita necessità di dotare i centri in questione di importanti opere, soprattutto di carattere igienico, nasce l’idea del progetto politico-amministrativo che Guerresi propone al Ministero dell’Interno. Una idea di accorpamento, che secondo le intenzioni dei promotori avrebbe dovuto presentare, soprattutto, vantaggi notevoli in termini di solidità finanziaria degli enti.
«I comuni che propongo di unificare – scriveva Guerresi nella relazione al Ministero – hanno identità di costumi, di sentimenti e di tradizioni. Hanno, altresì, comunità di interessi e rapporti economici. La produzione di detti comuni, prevalentemente agricola ha un unico sbocco sul mercato di Aiello ove, peraltro, risiedono i maggiori proprietari di Cleto e Serra. Tutti e tre i paesi hanno, poi, unico scalo ferroviario sulla litoranea tirrenica: Serra Aiello. I rapporti tra gli abitanti di Cleto e Serra con quelli di Aiello, capoluogo di mandamento, sono frequenti. Per il disbrigo di affari, non esclusi quelli legali, per i rifornimenti all’ingrosso, per tutto quanto possa occorrere gli abitanti di Cleto e Serra sono da tempo immemorabile abituati a recarsi in Aiello. Sono, peraltro, essi favoriti dalle comode rotabili che allacciano fra di loro i paesi summenzionati ed, altresì, da numerose vie di campagna, vicinali e mulattiere che abbreviano notevolmente la distanza che separa ciascun comune da Aiello».
Oltre al quadro socioeconomico, il prefetto forniva dati su territorio e abitanti (per Aiello 4184 abitanti per un territorio di 3787 ettari; per Serra 708 ab. e 380 ettari; e per Cleto, 2174 ab. e 1922 ettari), e aggiungeva anche la proposta di distaccare dal territorio di Amantea un territorio di circa 86 ettari, che avrebbero portato i confini occidentali del nuovo comune sino al mare, soddisfacendo, fa notare Cozzetto, «una millenaria aspirazione della comunità aiellese: ampliare il territorio del nuovo comune, fino ad offrirgli uno sbocco diretto sul Tirreno, superando la storica, ma scomoda e talvolta conflittuale, mediazione di Amantea». «Questo comune, peraltro – chiariva Guerresi – sarebbe presto compensato di tale perdita in quanto con prossimo rapporto mi riservo di proporre l’aggregazione ad Amantea del comune di S. Pietro in Amantea, che ha una popolazione di 1.519 abit. e una estensione di ettari 108,3».
«Come era intrinseco alla natura autoritaria del regime – scrivono Massimiliano e Fausto Cozzetto, nello studio pubblicato nei quaderni della Deputazione di Storia Patria per la Calabria -, il progetto “Aiello Calabro” venne portato avanti senza alcun reale dibattito tra le popolazioni interessate. Uscito dalla mente di Guerresi e di Malta, esso venne sottoposto per un parere ai vertici amministrativi dei tre comuni che, coincidendo nella figura di di Malta, si espressero favorevolmente». Secondo Guerresi, addirittura, il progetto era stato accolto “entusiasticamente” dalle sezioni del fascio di Aiello e Serra, mentre quello di Cleto aveva fatto pervenire un ordine del giorno contrario che il prefetto liquidava «ispirato alle vedute di poche persone cointeressate a non perdere il dominio» e che invece le aspirazioni di quella popolazione vedessero «nell’aggregazione ad Aiello l’inizio della tranquillità e della pacificazione».
In realtà, l’unificazione dei tre comuni nella nuova Aiello di cui fu nominato commissario prima e podestà dopo lo stesso di Malta, non ebbe il successo che si aspettava il ceto politico fascista. Anzi, con la grande crisi del ’29, e per altre disposizioni governative sul piano amministrativo, la situazione finanziaria del nuovo comune non migliora affatto. Né sarà possibile assumere mutui per opere pubbliche, eccetto che per una sola occasione per il pareggio del bilancio. In questa temperie, l’esperienza politico-amministrativa si avvia a conclusione. Nel frattempo Guerresi era stato sostituito alla guida della Prefettura cosentina, il Podestà di Malta si era dimesso e veniva rimpiazzato nel ’32 da Attilio Solimena.«Le fondamenta del comune unificato – si legge nella parte conclusiva dello studio – iniziarono a fibrillare, venuto meno il ceto dirigente che lo aveva fortemente sostenuto, e ripresero, ovviamente, forza i gruppi che, a suo tempo, si erano opposti al progetto».

sabato 21 luglio, Giornata della Donazione AVIS

Durante la stagione estiva, il bisogno di sangue aumenta notevolmente. Ed è per questo che a distanza di qualche settimana, la sezione aiellese dell’Avis ha organizzato per sabato 21 luglio una ennesima giornata di raccolta.
Come di consueto, le donazioni si potranno fare durante l’arco della mattinata presso lo studio medico del dottore Ianni Lucio. I prelievi – preceduti da una visita di controllo e un piccolo test sul sangue – saranno effettuati da una equipe medica che accoglierà i volontari a digiuno.
Donare il sangue, ci ricordano i sostenitori dell’Avis, significa fare un gesto d’amore verso gli altri e salvare una o più vite.
Possono essere donatori, uomini e donne, di età compresa tra i 18 e i 65 anni, in buone condizioni fisiche generali e con un peso non inferiore ai 50 chilogrammi.